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iran usa0 – Cultura e demografia di una potenza imperialista.

Tutte le dittature, anche la più oscena, necessitano di consenso poiché se non si è uniti dentro non si può essere forti fuori.

Dalla prospettiva occidentale ci siamo abituati, per una predisposizione acquisita nel corso della storia, ad osservare le altre civiltà con un piglio solipsistico, ribadito, nel caso iraniano con un riferimento calvinista, ovvero, interpretando i loro momenti di ribellione come un grido di aiuto ed una richiesta di "istruzioni" per arrivare ad una piena esistenza all'occidentale. Si è sviluppata in noi la convinzione di essere il fine ultimo dell'esistenza.

Questo approccio è sbagliato. La dittutura iraniana è composta da iraniani ed anche nei momenti più violenti ha goduto di un margine di consenso tale che le ha permesso, sin ora, di proseguire la permanenza sugli scragni del potere autocrate. Non riusciamo a domandarci in modo oggettivo come sia possibile che una civiltà come quella iraniana, che è al mondo da almeno XXV secoli, una tra le più sofisticate, non si accorga delle del soffocamento della vita degli individui, se non sottinendendo una malizia di matrice occidentale che riporta immediatamente alla lente d'ingrandimento solipsistica con la quale esprimiamo il nostro personale (occidentale) giudizio nei loro confronti: se pur vero che il modo di vivere all'occidentale fatto di democrazia, libertà, socialismo, liberalismo e parità di diritti, sia il più bello, non è detto che tutte le altre popolazioni lo vogliano e che vogliano vivere in un impianto istituzionale composto da regole che non hanno deciso loro, a maggior ragione, se queste regole arrivano da quei luoghi del mondo che loro definiscono come antagonisti alla loro stessa esistenza, o meglio, quel sistema di stare assieme tra individui di cui loro sono antagonisti, poichè non fa parte del loro processo storico culturale, istituzionale e che hanno contrastato da circa 3000 anni (guerra greco-persiana e guerre romano-partiche).

Nella storia come nel presente, i flussi migratori sono il veicolo concreto delle osmosi etniche e culturali sin dai dalle prime interazioni umane informali tra diversi ceppi natii, in particolar modo sulle aree geografiche periferiche della Madre patria che, per slancio messianico conquista territori limitrofi acquisendo nuove tribù indigene e che vivendo ai margini della società, vedono il conquistatore come un'opportunità di miglioramento delle proprie condizioni di vita; alcuni soggetti colonizzati o i loro eredi, comunque non pochi, decidono poi, di raggiungere e stanziarsi nel cuore dell'Impero, legittimando lo step di miglioramento del proprio tenore di vita ed affrancandosi appieno nella Natio di quella terra di cui, fino a qualche anno prima ignoravano l'esistenza. Da Babilonia a Londra le grandi capitali imperiali, hanno visto un incremento di popolazione residente proveniente dai più disparati angoli del loro impero:

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fonte web.

Londra nel 2024 è un grande mix indoeuropeo, africano/sub sahariano, mediorientale e british indigeno.

Ampliando lo sguardo e tornando alle origini dell'impero persiano, le migrazioni dei popoli Ari dalla mezzaluna fertile hanno attraversato i secoli, sono arrivate in India e ritornate verso occidente a seguito di scontri con la civiltà mandarina, già più strutturata di loro ed in grado di reggere agevolmente l'osmosi che se pur respinta e rimandata verso occidente ha lasciato sacche di mix etnico: i Manciù, chiamati così poiché stanziatisi nella regione della Manciuria.

Infine, per sintesi narrativa, le popolazioni Ariane si stanziano sul territorio persiano, poiché, mixate con i ceppi incontrati nei movimenti di cui sopra, identificano la regione della Persia come la “terra di mezzo” della quale si sentono natii ma portatori, nel DNA, di quei cromosomi culturali che re-differenziano e dividono tribù e clan: fu Ciro il Grande ad unificare tutti sotto il suo scettro ed entrando trionfale a Babilonia in pace diede vita all'Impero persiano.

In grammatica: gli imperi nascono spontaneamente, senza una proclamazione formale e si caratterizzato per la presenza di un ceppo etnico maggioritario che domina le più o meno numerose minoranze presenti sul territorio.

La multietnicità è precursore di multiculturalismo che si concretizza in riti e simboli differenti ma anche in abitudini e pratiche quotidiane diversificate; esse sono manifestazione di un'identità specifica e alimentano il senso della comunità – locale – creando possibili dissidi interni alla madre patria che vengono repressi dal ceppo etnico dominante attraverso azioni più o meno violente.
In formula: La multietnicità è condizione propedeutica al multiculturalismo, ovvero, gli elementi culturali sono emanazione tangibile di un'etnia.

Sull'etnia, il processo di assimilazione effettuato da uno Stato imperialista presuppone che gli immigrati vengano assimilati nella cultura dei natii della Madre Patria: questo processo è fondamentale per ottenere quella necessaria una forte coesione interna in termini culturali e di devozione alla patria poiché, essendo essa vivente della propria potenza e non di economia come essa stessa indottrina gli Stati satellite, tale modus vivendi di evolve e rievolve sullo scontro armato volto all'estensione della propria zona d'influenza, la cui stessa funzione in termini difensivi è l'aumento della profondità tra la zona geografica di scontro ed il cuore dell'impero.

Lo sforzo bellico e di manutenzione dell'influenza all'esterno della propria orografia, impone alla Natio autoctona, maggioritaria rispetto alle altre che compongono lo Stato padre e portatrice degli elementi culturali endogeni, di cooptare (assimilare) i soggetti allogeni alla cultura primordiale dell'impero.

Al contrario, il processo d'integrazione è proprio degli Stati satellite, viventi di economia e concentrati alla sua crescita perpetua o iperbolica come fine ultimo dell'esistenza della Nazione stessa e strumento principe di un potere che, in realtà, è innocuo sia per gli antagonisti della Madre Patria sia per lei stessa: gli Stati Uniti d'America sono il Paese con il rapporto debito pubblico-popolazione più alto al mondo eppure, quando si interfacciano con gli Stati (satellite) europei, più ricchi economicamente, sono loro stessi a porti in modo ancellare; l'Iran è il Paese più sanzionato al mondo in termini economici eppure non esita a mostrare i muscoli sullo scacchiere internazionale.

Dovendo fronteggiare conflitti per un periodo di tempo indefinito e su un fronte geografico ampio e non necessariamente contiguo (a spot), è fondamentale che si crei nella popolazione interna e nelle truppe inviate, composte da soggetti indigeni alla cultura imperialista e soggetti allogeni di seconda generazione, quel sentimento di attaccamento alla patria e di fratellanza reciproca a prescindere dai tratti somatici e dai refusi culturali da albero genealogico senza i quali, di fronte ad un nemico che ricorda la propria cultura di origine si esiti a compiere il proprio dovere per, probabilmente, arrivare ad abbassare la guardia ed il livello di attenzionamento sul raggiungimento degli obiettivi imperialisti.

Negli Stati Uniti d'America si assiste – anno domini 2025 e 2026 -  ad un eccesso di violenza nei confronti di gruppi di popolazione dissidente rispetto alle decisioni di matrice imperialista laddove queste sacche si dimostrano più coriacee se pur eterogenee rispetto alla Natio di provenienza, in Iran la narrazione afferisce ad una matrice religiosa: l'errore di Donald Trump risiede proprio sulla trasparenza rispetto alla vista della “cucina dell'impero” da parte di tutti, competitor compresi; mai permettere a nessuno di guardare dentro i cassetti di casa, soprattutto se questi fanno gola. Un impero non potrà mai abdicare da se stesso, perché, ad ogni sua contrazione corrisponde un'espansione degli avversari che potrebbero arrivare sin sulla linea del confine nazionale a circoscrivere ed osservare la riorganizzazione e la preparazione al nuovo slancio oltre confine: ciò che è avvenuto in Venezuela e la minaccia Groenlandia sono testimoni chiari di come gli americani vogliano ritornare a stessi mantenendo una certa profondità difensiva nei confronti di Russia e Cina; per quanto riguarda la “questione dei ghiacci”, il coinvolgimento dell'Unione Europea rientra perfettamente nei piani americani, poiché come per la questione Ucraina spetterà a noi – a breve – pattugliare il nostro territorio per conto americano; Trump lo ha detto chiaro denunciando la presenza di sottomarini russi e cinesi costituenti una minaccia per la sicurezza nazionale.

Le barbare esecuzioni alle quali stiamo assistendo da parte dell'ICE, agenzia per il controllo dell'immigrazione, rappresentano la perdita di controllo degli apparati americani in merito a quanto asserito in termini di assimilazione dei soggetti allogeni presenti sul territorio statunitense: l'agenzia federale istituita nel 2003 dopo gli attentati dell’11 settembre, denominazione: United States Immigration and Customs Enforcement (ICE) agisce come branchia del Dipartimento per la sicurezza interna (DHS), con compiti che spaziano dal controllo delle frontiere interne al contrasto al crimine transnazionale: la struttura, ha sede a Washington DC, ergo nel luogo dove vi è la più alta concentrazione di poteri di tutta la federazione; facenti quindi parte dell'apparato di polizia interna, con compiti specifici, sommati alla propensione violenta di una popolazione che è nata 3 secoli fa nella violenza, è essa stessa veicolo del messaggio di quell’America profonda che vuole il ritorno della grande America, quella che tutti ricordiamo come egemone ovunque e con chiunque: l'oscena violentizzazione degli strumenti di controllo e di sottomissione per coloro i quali vengono definiti inassimilati, incarna il “passo oltre il segno” di un'amministrazione in chiara crisi esterna, il ripiegamento dell'impero, ed interna, l'avanzata dell'integrazione, entrambi chiari segnali di una “nuova” identità nazionale meno identificabile con “La città sopra la collina” alla quale l'intera umanità aspira. Incapaci di accettare un nuovo modo di porsi in termini di relazioni internazionali alla pari e non più subordinate alla potenza militare, di cui la guerra d'Afghanistan è spartiacque, l'ulteriore progressiva radicalizzazione dell’America profonda, tra movimenti di Re-Identitation, rinvigoriti dalla vittoria elettorale di un uomo che ha promesso (più o meno esplicitamente) di portare il loro messaggio in tutto il Mondo, non rimane che l'utilizzo della violenza autoctona e rimasta nel substrato culturale dalla Guerra d'Indipendenza per poter ritornare a gridare “we IS United States”.

1- Strategia & tattica: cosa sono e cosa serve per realizzarle.

Nel dibattito popolare occidentale, spesso si confonde la strategia con la tattica: la strategia, in ambito di interesse nazionale, afferisce al concetto di orizzonte politico ed attraverso una traiettoria punta agli obiettivi ritenuti strategici secondo un grado di priorità; la traiettoria identifica la tattica, ovvero il percorso che si vuole compiere per raggiungere gli obiettivi strategici. Essa è modificabile, rettificabile e vede alcuni attori permanenti durante tutto il suo percorso, taluni abbandonare, talaltri modulare la propria presenza e ruolo.

Questi attori sono definibili come il gruppo d'élite che muove le pedine sullo scacchiere internazionale o, quanto meno, tenta di condizionarne il movimento ma dal punto di vista della politica interna di una potenza imperialista, l'interlocutore della classe politica che è al governo della “nave” è la collettività che rappresenta la quale trasposta in termini di approcci istituzionale prende il nome di “popolo”; l'opinion e pubblica sull'operato governante la Nazione è il focus delle Democrazie e, per la necessità di consenso reggente un leader o un'oligarchia, è attenzionato anche in regimi di governo Autocratici, che siano essi a capo di uno Stato satellite o di una potenza: non è la forma di governo a discriminare la traiettoria politica interna ed internazionale. Né per chi la fa né per chi la osserva e ci si interfaccia.

Gli elementi culturali che hanno forgiato, nei secoli e tutt'oggi, quella mentalità imperialista ed autoreferenziale nei popoli, l'una imposta dall'alto l'altra orgoglio (nei confronti dell'esterno) dal basso si possono riassumere come la capacità di un centro dominante di imporre una civiltà superiore, lingua e diritto su popoli eterogenei, unificandoli sotto una ideologia universalistica (spesso di pace o di civiltà) e un sistema di infrastrutture (strade, moneta, architettura) che facilita commerci e controllo. In fatto di politica ed indottrinamento interno c'è bisogno di una coordinazione di centri di potere gestiti a loro volta dall'alto e cooperanti secondo il principio della Pax Imperia che, a loro volta, emanano fino alla base della vita sociale e quotidiana del popolo.

Tale espressione di potenza interna, esce dai confini in termini di imposizione della propria supremazia sui popoli ritenuti inferiori: le potenze imperialiste, per loro propensione sulla base della discriminante tra politica interna e politica estera, sono maggiormente attenzionate a quest'ultima: è la stessa definizione d'impero a darne prova, ovvero, la necessità di mantenere solida e, possibilmente incrementare, la loro zona d'influenza fuori dai confini nazionali.

Il mantenimento della propria potenza espressa in termini di rapporto di potere bilaterale, presuppone la concreta possibilità dell'utilizzo, in ultima istanza, dell'ultima ratio, poiché, senza scomodare Thomas Hobbes, nella situazione inziale di un qualsiasi rapporto bilaterale, la sua primaria naturalità va di pari passo con lo stato naturale delle cose, ovvero con l'assenza di regole e la loro definizione e trattazione sulla base della sfumatura del rapporto di potere preesistente: la possibilità ciclica di fare la guerra – da intendersi come metodo di manutenzione dell'impero – necessità una coesione culturale interna più che mai omogenea, ferrea ed afferente all'unica “cultura” ufficiale concessa dal potere di governo: quella della Madre Patria.

La criticità nell'amalgama dei popoli che coabitano lo stesso territorio (la Madre Patria) è oggetto di prioritaria attenzione: la presenza di più gruppi etnici interni ma di Natio differente – anche se di seconda generazione – inquieta gli apparati militari poiché gli esponenti, se pur giovani e di cittadinanza patriota, potrebbero non essere disposti a seguire fino in fondo la sua traiettoria imperialista, nella quale si sono insediati. Concretamente, in un conflitto armato all'estero, soggetti di Natio differente e portatori di un substrato culturale pacifico, potrebbero disertare o non eseguire gli ordini alla lettera, dando vita ad una flessione o riduzione della forza necessaria a vincere e, di conseguenza, a consolidare la propria “mano superiore” sul territorio (satellite) che manifesta sovversione rispetto alla fedeltà all'impero.

Altra ossessione conseguente alla massima fedeltà alla bandiera è l'età media della popolazione: deve essere giovane. I giovani hanno energia da vendere ed una maggiore propensione all'affermazione o imposizione delle proprie regole; è sociologicamente affermato che all'avanzare dell'età diminuisce la voglia di cambiare il mondo secondo la propria visione da cui ne deriva una sempre maggiore implicita accettazione dello status delle cose per come se ne viene a conoscenza, corroborata da una certa desolante delusione che soffoca la ribellione e lo slancio al cambiamento.

Se ne conclude che una potenza imperialista, per poter affrontare le sfide globali alla ricerca dell'egemonia, dovrà prima assicurarsi fedeltà totale alla bandiera e dinamiche sociali che favoriscano la crescita del tasso di natalità, nonché attuare politiche economiche che incentivino al proliferare di tutti quegli elementi indottrinanti la cultura Madre: “ io produco americano, io consumo americano: io sono americano!”. In altri termini, il claim della campagna elettorale di Donald Trump ne è la sintesi perfetta: “produzione americana, industria americana, prodotto americano: Make America Great Again!”.

Quando il substrato culturale è eterogeneo ed il Paese spaccato in due, quanto si complicano le cose?

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Fonte: Limes.

Donald Trump ha distrutto lo schema classico della gestione interna dell'impero: sta mostrando al mondo “la cucina” dello Yankee style: gli Stati Uniti d'America sono una nazione violenta per natura, nata dalla fuga di soggetti vessati dalla Corona inglese che, non appena conquistata l'indipendenza, esplorarono il West ed il profondo South West, utilizzando loro stessi la violenza che fino a qualche anno prima avevano subito: il primo atto di presenza degli USA sui libri di storia è una guerra civile, ovvero, la più bieca forma di contrapposizione tra soggetti che si ritengono della stessa natio: non appena chiusa la faccenda con la Madre Patria britannica, due fazioni, il nord America sotto la bandiera che conosciamo tutti dovette sedare le rivolte degli indipendentisti del sud America.

La Guerra di Secessione americana, nota anche come Guerra Civile americana, fu un conflitto armato che ebbe luogo negli Stati Uniti tra il 1861 e il 1865. Fu una lotta tra il Nord, noto come l'Unione, e gli Stati Confederati del Sud. La causa principale della guerra fu la disputa sulla schiavitù e sui diritti degli stati di decidere su tale questione. Il Nord era contrario alla schiavitù e voleva abolirla, mentre il Sud dipendeva dal lavoro schiavo per la sua economia agricola.

L'evento scatenante fu un attacco delle truppe sudiste, poco dopo la proclamazione dell'indipendenza dalla Federazione del nord: Le truppe sudiste aprirono il fuoco contro Fort Sumter (Charleston – South Carolina), il 12 Aprile 1861; l'evento spinse Lincoln a chiamare le truppe per ripristinare l'ordine, dando inizio formale alla guerra civile. La guerra si concluse con la sconfitta del Sud e l'abolizione della schiavitù in tutto il paese. Inoltre, ebbe un impatto duraturo sulla storia degli Stati Uniti, riaffermando l'autorità del governo federale sugli Stati e stabilendo una nazione più unificata. Se ne concludono due concetti che ribadiscono la ciclicità storica: gli Stati Uniti d'America sono nati dai dazi contro la Madre Patria – la tassa sul the – e da una guerra civile  ma nati da la più grande opportunità istituzional/storica avvenuta dopo la medesima nella regione iraniana: un mix di migrazioni portatrici di culture e testimoni di una civiltà di antica origine, hanno dato vita ad impianti istituzionali di cui dopo secoli nel caso americano e millenni in quello iraniano, gli eredi ne portano fieri la dote. Unica discriminante: gli americani credono fermamente di rappresentare ciò che tutta l'umanità vuole diventare: la città sopra la collina. 

A prescindere dalle percentuali numeriche, i colori della cartina rendono evidente la multietnicità di un popolo che all'estero è dicotomico nel presentarsi al mondo: WE ARE UNITED STATES! Da qualche anno, negli stati centrali il “ARE” è stato sostituito con “IS” proprio per rendere ancora più incisivo il concetto di coesione nazionale interna. A fronte dei nativi, identificati nella cartina dal colore amaranto, è evidente che tale iperbole simbologico-etimologica è un grido di vendetta interno a ciò che, dalla ritirata d'Afganistan, il mondo intero ha intuito e gli antagonisti hanno sfruttato per incalzare la potenza egemone.

In quanto al grido di vendetta, l'attuale Presidente ne ha colto l'eco sin dalla sua prima campagna elettorale: M.A.G.A. ne è la bandiera e il senso di appartenenza ad un'unica Patria, mistificata come fratellanza afferente alla Natio, il propellente imperialista di cui Donald Trump ne è il veicolo comunicativo. Volgare, crudo e ruvido riporta al mondo ciò che dalla ritirata d'Afganistan è il tratto divisivo interno del nord america: se da fuori dobbiamo essere visti come la città sulla collina, all'interno della città ci deve essere il meglio a cui ogni essere vivente dell'intero pianeta deve aspirare. In altri termini, forse altrettanto crudi: la nostra zona d'influenza esterna viene imposta da noi stessi con la violenza (economica, militare) ed è volta a far capire ai sub-umani che siamo noi Yankee la loro vera aspirazione di vita e che il modo di stare al mondo “MADE in USA” è il migliore...ma se quando raggiungono la città vi trovano schemi di vita divisivi, modus vivendi eterogenei e non quella coesione che paventiamo con la nostra bandiera, non saranno felici di vivere come noi, quindi al nostro interno tutto deve essere come i vertici dell'impero vogliono.

Per quanto riguarda la potenza imperialista protagonista assoluta nelle regione mediorientale, l'Iran, l'approccio sulla formazione di un'identità culturale omogenea è meno rilevante rispetto all'oltre Atlantico, poiché la civiltà persiana è tra le più antiche al mondo, ha resistito nei secoli ad ogni avversità, si è plasmata e riplasmata in chiave di modernità ma mantenendo ben presente nel substrato culturale la propria origine egemone: oggi elementi come la lingua araba ed il culto islamico (sciita) sono radicati ma la memoria storica della genesi zoroastriana ed indoeuropea rimangono: il culto del profeta Zaratustra, la prima guida spirituale che ha contribuito all'unificazione dei popoli Ari sotto un unico culto religioso definito e con riti e simboli univoci - elemento culturale unico ed aggregante – rimane e riemerge nel 2023 attraverso i moti di protesta contro l'uccisione di Masha Amini da parte del regime. La narrazione portata in occidente ha espresso tale barbarie come l'estrema radicalizzazione dei precetti del Corano, ivi compreso l'abbigliamento pubblico femminile, accusato dalle donne persiane di dimenticare quell'origine indoeuropea, zoroastriana ed imperialista in senso autoreferenziale risalente a circa 3000 anni prima nel momento in Ciro il Grande entrò a Babilonia dopo aver aggregato le tribù ariane ormai culturalmente disorientate in conseguenza delle contaminazioni con culture indiane, mongole e turciche.  

L'attualità multietnica persiana, o iranica, ricalca in termini numerici quella nordamericana ma il ceppo etnico originario – i Persiani – detengono la maggioranza e sono stanziati nel cuore della Madre Patria.

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Fonte: web.


La lente d'ingrandimento con la quale si deve osservare l'enigma Iran è afferente alla struttura sociale ed impianto istituzionale: generalizzando alla regione mediorientale la struttura sociale è caratterizzata da una forte impronta patriarcale, tribale e religiosa, con profonde radici storiche. Si basa su gerarchie familiari e di clan, spesso riaggregandosi attorno a identità tribali o religiose (sunniti/sciiti) in risposta al crollo di regimi dispotici. La società è prevalentemente patrilineare, con enfasi sull'onore maschile e ruoli di genere distinti.

Per quanto riguarda l'impianto istituzionale iraniano, è definito dalla Costituzione del 1979, è una Repubblica Islamica basata sul sistema Velayat-e Faqih (tutela del giureconsulto), che combina elementi democratici (elezioni) con una teocrazia autoritaria. La massima autorità è la Guida Suprema, affiancata da organi non eletti che controllano l'esecutivo e il legislativo: Ali Khamenei (la guida suprema) è il capo di Stato e massima autorità religiosa/politica, con controllo su forze armate, magistratura e media. Nomina i vertici del Consiglio dei Guardiani e del potere giudiziario; l'assemblea degli Esperti è Organo di 86 religiosi eletti a suffragio universale ogni 8 anni, responsabile di eleggere e (teoricamente) destituire la Guida Suprema.

Fino a questo punto, è chiaro l'enorme potere del vertice ma, sulla base del mantenimento del mix tra religione e Stato è il Consiglio dei Guardiani a destare scalpore: esso è un organo composto da 12 membri (6 religiosi nominati dalla Guida, 6 giuristi eletti dal Parlamento su proposta del potere giudiziario) che approva le candidature alle elezioni e garantisce la conformità delle leggi alla Sharia; è l'ibrido che condiziona la vita del popolo, giostrando quell'omogeneità culturale necessaria internamente per poter estendere la propria influenza all'estero.

Altri ruoli importanti, poiché strumenti di “sicurezza”, sono il Consiglio per il Discernimento, ovvero un organo nominato dalla Guida suprema per risolvere le controversie tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani e le guardie della rivoluzione, i Pasdaran: una forza militare d'élite fedele alla Guida Suprema, con un ruolo centrale anche nell'economia e nella sicurezza. Per completezza vanno nominati il Presidente della Repubblica (attualmente Masoud Pezeshkian) subordinato alla Guida suprema ed il Palamento composto da 290 membri soggetto al veto del Consiglio dei Guardiani. Infine, il sistema garantisce il diritto di voto (inclusa la componente femminile), ma le elezioni sono fortemente filtrate dal Consiglio dei Guardiani, rendendo il regime un ibrido tra autoritarismo religioso e democrazia limitata.

È immediatamente percepibile la complessità del sistema istituzionale iraniano in termini di democratico dissenso al dettame della Guida Suprema ed anche di come sia delicato il rapporto tra le istituzioni di matrice democratica (Presidente e Parlamento) ed i corpi militari e religiosi.

Ritornando per un istante oltre oceano, l'attuale deriva di alcuni esponenti dell'ICE, non a caso gli ultimi assunti (dall'amministrazione Trump), rappresenta una probabile sovrapposizione con le forze più estremiste della polizia morale iraniana che, applicando la Sharia in conformità a quanto deciso dal Consiglio dei Guardiani, ha arrestato e giustiziato la povera Masha Amini; ergo, lo schema teorico del mantenimento della uniformità di sottomissione al potere – la Pax Imperia -  trova applicazione medesima in due civiltà che i media occidentali narrano come contrapposte e belligeranti in quanto potenze imperialiste antagoniste ma che, riguardo all'applicazione del potere internamente ai propri confini, hanno tratti comuni.

Ergo, il caso Amini è da valutare in termini di repressione imperialista, ovvero, l'utilizzo della Sharia come espediente per ribadire la sottomissione di alcune fasce di popolazione site in alcune regioni geografiche interne ai confini che per ben altri motivi stavano dando il sentore rivoluzionario e che già avevano aperto una crepa nella coesione interna sotto la guida dei vertici di potere:
 

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fonte: ISPI

La cartina mostra i focolai di protesta dopo l'uccisione della giovane Curda: come si vede chiaramente essi non sono omogenei sul territorio ma sono concentrati sulla dorsale nord-sud ad est del Paese: il cuore persiano è pressoché intatto dal punto di vista della sovversione al regime; ma se, come narrato ad occidente, le donne persiane (ed anche molti uomini) sono insorti proprio per la deriva araba traditrice della discendenza di Ciro e di Babilonia, perché dove vi è più concentrazione di individui persiani ci sono meno rivolte?20260131 grafico 05

Sovrapponendo volutamente le due cartine precedenti, in modo da non essere fuorvianti in alcun modo e consapevolmente riguardo alla differenza di scala, si vede chiaramente che la concentrazione della rivolta non è nella zona colorata di rosso – a maggioranza persiana – ma nelle zone periferiche della Nazione ovvero nelle zone rurali, dove vi è meno ricchezza in termini di possibilità di vita, nel senso ampio del termine: pur considerando la struttura sociale dal punto di vista della piramide di potere la percezione di un disagio in aumento, fomentata dai mezzi di comunicazione digitali e dal web, hanno portato alcune fasce di popolazione a “guardare fuori” da quell'omogeneità in termini di vita quotidiana, ovvero, in termini più masticabili, a cercare nuove traiettorie di vita ma senza dimenticare la propria origine e dover abbandonare il proprio luogo di nascita: l'uccisione di Masha Amini non è che “il sasso dentro lo stagno” lanciato dall'Ayatollah, per aizzare la rabbia del disagio e poter reprimere le sacche di “traditori dell'impero”. A cosa ci si riferisce? Di nuovo ISPI – Istituto Studi Politica Internazionale – ce ne da concreta prova:

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I “traditori dell'Impero” sono i giovani iraniani: dalla piramide analitica di età e percentuale di popolazione si evincono chiaramente i due dati principali aderenti alla politica interna: tra il 55 ed il 60% hanno meno di 45 anni e sotto i 30 anni si attesta il 40/45% della popolazione; il sondaggio riportato da ISPI, riporta un malcontento della maggior parte del popolo diversificato in 4 ambiti di cui l'ultimo “l'impronte sull'arma del delitto” di Khamenei, ovvero, a fronte dell'apertura culturale, nozionistica e relazionale che dal web, il 50% degli intervistati trova nella sua censura un rovescio della medaglia rispetto al nome stesso del provvedimento normativo: “protezione”. Forse di protezione si parla, ma del regime e non del popolo che come una pressione sempre maggiore sta rompendo il coperchio di una pentola ribollente dall'avvento di tecnologie comunicative hardware e software che abbattono tutti i confini e catalizzano l'osmosi culturale a livello mondiale.

Il consenso è basso all'interno della Grande Persia e l'imperatore vede sfuggire dalle mani le future generazioni che, pur non volendo vivere all'occidentale, sono animate dalla naturale curiosità giovanile la quale le porta ad esplorare nuovi mondi ed a viaggiare tra culture differenti per poi fare ritorno a casa con il meglio di ciò che il Pianeta offre secondo la loro nuova visione imperialista del regno di Ciro il Grande.

Negli Stati Uniti d'America per gli stessi processi comunicativi e tecnologici, nonché per un mix di culture e Natio endogeni alla natura stessa dell'America del nord, la sottomissione ad un'unica cultura di nuovo stampo imperiale, più infantile a confronto della matura strategia imperialista, non sembra essere la traiettoria pià gradita, tanto è vero che la politica migratoria ed in particolare i rastrellamenti delle nuove generazioni di immigrati sono testimoni di come esse non intendano assimilare la cultura Yankee e vogliano mantenere i profumi della loro terra d'origine, cosa che viene molto più facile in un'era in cui per parlare la propria lingua e rivedere tratti somatici “familiari” c'è a disposizione lo strumento della video chiamata e per riassaporare i piatti tipici di casa, ci sono vettori che in 24 ore coprono distanze enormi, un poì come fa Amazon.

L'ironia del mondo chiude questa riflessione con uno sghigno beffardo: la corsa al progresso tecnologico che ha consentito lo sviluppo di un ramo del nuovo imperialismo si ritorce contro coloro che l'hanno inventata, gli Americani; la profonda identità culturale di una civiltà millenaria come quella persiana nacque proprio per osmosi tra i popoli Ari, Indù, Mongoli, Turci: oggi la Guida Suprema della Persia tenta di sopprimere ciò che lui stesso porta in dote da Ciro.


2 – Conclusioni

Ogni Impero, anche il più osceno, necessita di consenso.

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