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anima unione europea parte 20 – Da economia industriale ad economia di guerra 

Lo zaintenwendee europeo è iniziato a trazione tedesca, quando nel 2020, l'allora Cancelliere Sholtz, annunciò l'avvio del percorso che lo Stato teutonico si stava apprestando ad intraprendere: tale volontà fu allora supportata dalla concretizzazione dei preparativi all'invasione dell'Ucraina da parte dell'esercito della Federazione russa; seguitamente all'annuncio germanico arrivò il “cappello europeo” che, attraverso le parole della Presidente della commissione, Ursula Von Der Lyen, diede il via al piano di riarmo europeo declinato e con margini decisionali ampi ed indipendenti per ogni membro dell'Unione. Da allora, ciò che sta avvenendo in ogni Paese dell'Unione è apparentemente sconnesso rispetto agli altri ed indipendente sul piano decisionale ed attuativo.

Il passaggio da un'economia civile a un sistema produttivo orientato allo sforzo bellico (produzione di armi, aumento spese militari, dirottamento risorse), è una conversione di cui in Italia si sta discutendo a causa di recenti manovre economiche che prevedono ingenti investimenti in difesa e riarmo, spingendo aziende, specialmente nel settore dell'industria pesante metalmeccanica e dell'automotive, verso l'industria bellica, in un processo di "riconversione al contrario" rispetto al benessere in termini di convivenza civile ed anche rispetto alla transizione ecologica, con dibattiti politici e sociali intensi sulla priorità data a questi settori rispetto a sanità e welfare.

Si sta procedendo su tre direttrici fondamentali: il riorientamento produttivo delle fabbriche civili producenti beni di consumo civili a linee di produzione di armamenti e sistemi militari; per sostenere tale sforzo, predisporre gli strumenti necessari all'approvvigionamento ed al sostegno all'industria neo-bellica, lo Stato ha aumentato la spesa militare sottraendo risorse ad altri settori come sanità, scuola, ricerca, politiche sociali; il tutto avviene in conseguenza ad una revisione delle priorità strategiche in termini di sicurezza nazionale: l'economia viene resa funzionale a supportare gli impegni militari.

Rispetto al secolo scorso, l'industria bellica del XXI secolo è caratterizzata dall'avvento della tecnologia ingegneristica informatica, ovvero l'efficientamento industriale, gode di una maggior precisione e riduzioni di sprechi che rasentano lo zero: l'intelligenza artificiale sta rivoluzionando il processo decisionale e le strategie operative di tutto il settore della difesa: sfruttando algoritmi di apprendimento automatico e analisi predittiva, l'IA assiste nel rilevamento delle minacce persino in tempo reale, sostituisce i processi decisionali nella pratica della navigazione e della guida probabilmente, arrivando a renderle autonome ed orienta le decisioni governative in merito al sistema di gestione delle priorità strategiche nazionali sino a “suggerire” come gestire la riconversione industriale e l'allocazione più intelligente delle risorse. Ad esempio, i veicoli autonomi dotati di IA forniscono una sorveglianza superiore, riducono al minimo gli errori umani e ottimizzano le missioni senza pilota, ergo, sono in grado di fornire, sistematicamente, molte più informazioni ai gradi superiori di comando rispetto ad una mente umana che, senza esperienza sul campo, non può avere quell'intuito che IA assorbe dai dati web che assimila, analizza e matcha; quindi, è possibile assurgere che i sistemi avanzati di supporto decisionale basati sull'IA sono fondamentali in tutti i settori, poiché migliorano l'efficienza sul campo di battaglia e consentono risposte più rapide e informate. Per ottenere questi risultati, i produttori del settore della difesa devono garantire che i loro sistemi di IA siano basati su dati di prodotto affidabili e autorevoli, spesso gestiti tramite PLM, al fine di garantire accuratezza, tracciabilità e affidabilità.

Un secondo fattore che si sta palesando prorompentemente sul panorama della manifattura in chiave militare è l'additive manufacturing, comunemente noto come stampa 3D; l'innovativo sistema di concretizzazione del digitale sta rivoluzionando il settore della difesa, consentendo la produzione rapida di componenti complessi su richiesta. Questa flessibilità riduce la dipendenza dalle catene di approvvigionamento tradizionali, consentendo agli appaltatori della difesa di creare parti specifiche per le missioni con vincoli di tempo minimi. Oltre alla prototipazione, l’additive manufacturing supporta lo sviluppo di materiali leggeri e durevoli che migliorano la funzionalità e riducono i costi in tutte le operazioni.

Terzo fattore di nuova concezione in ambito militare ma non per importanza sono i sistemi di cybersecurity ed di Internet of Things (IoT).

La sicurezza informatica funge da scudo digitale a protezione dei sistemi e delle infrastrutture sensibili nel settore della difesa: con la crescente dipendenza dalla rete in ambito civile ed anche militare, la protezione dei dati e dei sistemi dagli attacchi informatici è fondamentale; le organizzazioni di difesa stanno integrando protocolli di sicurezza informatica di nuova generazione che utilizzano l'intelligenza artificiale, la blockchain e la crittografia avanzata per preservare l'integrità delle reti e dei dati mission-critical. PTC supporta questa missione con offerte cloud certificate FedRAMP Moderate SaaS e pienamente conformi agli standard DFARS e NIST SP 800-171, garantendo che le nostre soluzioni soddisfino i rigorosi requisiti di sicurezza informatica per gli appaltatori della difesa degli Stati Uniti. Queste misure garantiscono che i sistemi rimangano operativi in tutte le condizioni, anche di fronte a sofisticate guerre informatiche ostili.

Infine, l'IoT interconnette i sistemi di difesa utilizzando la condivisione di dati in tempo reale per migliorare la consapevolezza situazionale e il processo decisionale. Integrando i dispositivi IoT in strutture militari, come veicoli connessi, centri di comando e sistemi indossabili intelligenti, i produttori possono garantire operazioni e coordinamento più intelligenti. Questa connettività genera miglioramenti significativi nel monitoraggio, nell'impiego delle risorse e nella manutenzione predittiva per le apparecchiature di difesa.

Il 28 Agosto 2025, la Commissione Europea approva una modifica al testo del regolamento quadro in materia di armamenti: il cosiddetto elenco di armi controverse varato tempo prima sulla falsa riga delle armi vietate dalla Convenzione di Ginevra: il nuovo regolamento cambia il nome da “controverse” a “vietate” ma riduce sensibilmente l'elenco delle armi stesse, lasciando nel campo del divieto “solo” mine antiuomo, bombe a grappolo ed armi chimiche. Di fatto viene liberalizzata la produzione di testate nucleari che, nel vecchio regolamento era vietata la produzione ma non la detenzione. Dal 28 agosto ogni Stato membro UE può produrne di nuove all'interno del programma di riarmo europeo che, ad oggi, gennaio 2026, stenta a trovare una coordinazione sovranazionale sul suolo del vecchio continente.

Il documento di modifica n° 2025/1775 della Commissione Europea è facilmente rintracciabile online sui siti web istituzionali dell'Unione e parafrasato dalla stampa in un ventaglio di interpretazioni e chiavi di lettura dalle quali si evince la traiettoria della politica estera europea: da un estratto de Il fatto quotidiano del 26 Novembre 2025, si evince l'elenco delle armi che rimangono vietate nonostante la modifica al regolamento "votata in commissione EU e divulgata sulla gazzetta ufficiale europea il 28 Agosto 2025; esse sono: "mine antipersona, le munizioni a grappolo, le armi biologiche e le armi chimiche"; di fatto il Parlamento Europeo, con un elegante sostituzione semantica da “controverse” a “vietate” ma con una sostanziale riduzione dell'elenco delle armi di cui non era permessa la fabbricazione ed il commercio; le "armi controverse" (ora ridefinite "vietate" in alcuni contesti UE) sbloccate dall'Unione Europea, in particolare tramite il nuovo Programma Europeo per la Difesa e il regolamento sulla finanza sostenibile, includono sistemi come armi nucleari, uranio impoverito, armi laser accecanti, armi biologiche e chimiche, robot killer e munizioni a frammentazione non rilevabile, che sono state tolte dalla lista delle esclusioni dagli investimenti sostenibili, aprendo la strada a nuovi finanziamenti e sviluppi. Questo cambiamento, approvato dal Parlamento Europeo a fine 2025, permette di finanziare la ricerca e produzione di queste tecnologie tramite fondi UE, segnando un'inversione di tendenza rispetto alla precedente classificazione.

Il Parlamento Ue ha dato il via libera difeinitivo al Programma europeo per la difesa (EDIP) che, come noto, costituisce il nuovo quadro normativo destinato a garantire, almeno nell’intenzione del legislatore europeo, la tempestiva disponibilità alla fornitura di prodotti per la difesa; infatti, il regolamento, proposto dalla Commissione europea nella primavera del 2024 quale strumento chiave per rafforzare l’industria della difesa presente nell’UE, è stato approvato con 457 voti favorevoli, 148 contrari e 33 astensioni.Il nuovo regolamento ha visto la luce martedì 25 novembre dopo l’approvazione dell’Eurocamera e si pone, quindi, in linea di continuità con i risultati ottenuti dai precedenti strumenti, quali: lo “Act in Support of Ammunition Production” (ASAP) per la produzione di munizioni e l’EU “Defence Industry Reinforcement Through Common Procurement Act” (EDIRPA), quest’ultimo per gli appalti nell’ambito della produzione delle armi.

Rileva riportare, inoltre, quanto affermato dal commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, Andrius Kubilius, che ha definito questo progetto come “essenziale per la prontezza difensiva dell’Europa” e come passaggio che conduce alla fase di “creazione di opportunità” a quella della “consegna della prontezza operativa”. Dopo il primo anno del suo mandato, Kubilius ha voluto precisare che “il periodo di creare opportunità è finito. Ora è il momento di consegnare la prontezza alla difesa”.

Lo stesso Commissario ha delineato il nuovo programma, inserendolo nella continuità dei recenti progressi europei che includono il potenziamento della produzione di munizioni e l’avvio di programmi congiunti su artiglieria, missilistica e veicoli moderni; sempre Kubilius, mette in risalto il dato che “nel 2022 potevamo produrre solo 300.000 proiettili. Ora stiamo aumentando a 2 milioni l’anno”, ha detto senza nascondere il suo compiacimento: un bel salto di produzione, non c’è che dire.

Appare quindi, in tutta evidenza, che l’Unione europea sta correndo decisamente verso il riarmo e lo inserisce tra i settori industriali che potranno rilanciare il comparto della produzione industriale europea, affermando come fatto scontato che tutto ciò avrà positive ricadute anche per l’occupazione; infatti lo stesso Kubilius manifesta compiaciuta soddisfazione nell’affermare: “stiamo investendo nella nostra industria, nelle nostre catene di approvvigionamento e nei nostri posti di lavoro, con limiti rigorosi: il 65% delle sovvenzioni deve andare ad aziende europee”.

Sempre Kubilius ha ribadito con chiarezza che l’EDIP privilegia gli appalti congiunti: più gli Stati membri acquistano insieme, rafforzano insieme le catene di approvvigionamento, realizzano insieme progetti di difesa, più possono contare sui fondi dell’UE “finanziamo la cooperazione, non la frammentazione”. Vediamo però da vicino cosa contiene l’EDIP; sappiamo che oltre alla produzione di armi cosiddette convenzionali, vengono autorizzate produzioni di armi che convenzionali non lo sono affatto, almeno secondo i parametri delle vigenti convenzioni internazionali sottoscritte dai Paesi europei, tra le quali spiccano le armi nucleari e quelle chimiche, tra queste è stato inserito anche il famigerato “fosforo bianco”.

Merita di essere sottolineato il fatto che il Parlamento Europeo ha respinto le tre obiezioni presentate da Verdi, The Left e Socialisti contro il regolamento che ridefinisce la categoria delle armi escluse dagli standard della finanza sostenibile: infatti, col sostegno determinante delle destre, il Partito Popolare Europeo è riuscite a garantire il via libera alla proposta della Commissione Von Der Leyen.

Va detto per chiarezza espositiva che il testo del regolamento segna un cambio semantico e politico rilevante: la sostituzione del termine “armi controverse” con “armi vietate”. Una modifica che, secondo i gruppi progressisti del Parlamento europeo, restringerebbe l’area dei sistemi d’arma esclusi dagli investimenti sostenibili a sole quattro categorie: mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi biologiche e chimiche, peraltro già proibite da convenzioni internazionali sottoscritte dalla maggioranza degli Stati membri.”.

A tutto ciò, come se non bastasse a testimonianza di come l'anima democratico pacifista dell'Unione Europea sia oggi vittima di violenza, si aggiunge lo slancio messianico occidentale di matrice USA: l'alta commissaria per la politica estera europea dichiara che il vero obiettivo del riarmo è portare la Russia da un unico enorme grande stato ad una serie di piccoli staterelli divisi. Una signora estone la cui popolazione (1 mil 300 mila) è circa la metà di quella di Roma pensa e dice quale sarà il destino di una federazione la cui superfice è la più grande al mondo, senza tenere conto che,a Mosca, è vista allo stesso modo di come sono visti gli ucraini: subumani; basandosi sul fatto che l'Unione Europea non è (ancora) un'entità politica (federale o federalista), la lente d'ingrandimento con cui veniamo visti da una potenza egemone esterna è quello di Stati singoli che cooperano, ergo, dal punto di vista russo, l'Estonia è uno staterello satellite, popolato da un ceppo etnico inferiore a quello russo puro, ovvero, al popolo della Madre Patria al quale dovrebbero afferire e prostrarsi in religioso silenzio.


1 – La provocazione dei numeri: quanto hanno speso le potenze globali per la propria egemonia

Se la tecnologia ha spostato il focus degli ingegneri militari, gli equilibri produttivi nel settore industriale degli armamenti e la definizione delle proprietà strategiche nazionali in merito al sostegno di alcuni settori dell'industria; tuttavia, dal punto di vista del “consumismo di guerra” è facilmente intuibile che un sistema informatico di gestione dei dispositivi droni, dei sistemi di comunicazione tra mezzi sul campo o nell'aria piuttosto che di allerta ha sì costi elevati ma ha una scarsa numericità in fatto di produzione industriale. Ciò che anima i flussi economici, sposta le grandezze dell'economia e rappresenta il vero interrogativo degli attuatori della conversione dell'economia da industriale dal ambito civile a quello militare, è l'approvvigionamento e l'efficientamento, nonché il sostegno economico dell'industria pesante metalmeccanica: non a caso, broker ed analisti finanziari, hanno investito in titoli azionari dei gruppi e delle aziende – statali e private – che producono armi “vere” o che si stanno riconvertendo per poterlo fare: un esempio su tutte, la tedesca ReinMetal che ha letteralmente decuplicato il proprio capitale nel giro di pochissimo tempo dopo l'annuncio della Presidente Von Der Lyen del programma di riarmo europeo; tale impetuoso afflusso di nuovi capitali derivanti dall'innalzamento vertiginoso del valore delle azioni ha consentito alla stessa azienda di “blindare” tutta la filiera produttiva che le consentirà di produrre armamenti pesanti e concreti per l'esercito tedesco.

L'italiana Leonardo, azienda dello Stato creata per produrre armi, ha allo stesso tempo ricevuto una fiducia azionaria importantissima, come del resto le omologhe francesi e soprattutto le americane, poiché oltre a produrre per l'interesse e la sicurezza nazionale, esportano armi un po' per tutto il mondo e soprattutto in Europa.

Attualmente, la situazione in merito alla performance combinata delle industrie tecnologiche e metalmeccaniche è in fase di “work in progress” e non si è in grado di definirla quantitativamente e qualitativamente poiché, oltre all'eterogeneità o mancanza di coordinazione a livello sovranazionale, c'è un fattore di segretezza nazionale che ne occulta il lavoro: possiamo quindi concentrarci solo su macro dati che ci sono sufficienti per abbozzare considerazioni in merito all'anima dell'Europa, pacifica e democratica.


20260125 grafico 01Spesa militare in ambito tecnologico globale dal 2017 al 2024 (Herman Group)

L'evidenza dei numeri parla chiaro: il nord america spende molto più di tutto il resto del mondo sommato: il 2024 segna lo spartiacque dell'annuncio del riarmo europeo, ergo, i dati presentati sono antecedenti all'arrivo dell'Europa in ambito militare che però non ha spostato le proporzioni di spesa a livello macro.

20260125 grafico 02Fonte: visual Capitalist

L'anno dell'annuncio del piano di riarmo europeo, il 2025, vede la situazione iniziale in fatto di spesa per la difesa pressoché immutata in quanto a proporzionalità tra il Nord America ed il resto del mondo: il grafico proposto da Visual Capitalist dice chiaramente che gi Stati Uniti d'America spendono in armi quasi quanto il resto dell'intero pianeta: il core business a stelle e strisce esporta l'ultima ratio per tutelare e sostenere tutti gli stati satellite del suo impero, proteggere gli asset nazional/federalisti e modulare i rapporti di potere tra se ed i suoi antagonisti: ciò rientra nella propensione imperialista dell'estensione e consolidamento della propria zona d'influenza al di fuori dei confini geografici: gli stati satellite occidentali, ovvero sotto il dominus americano, si caratterizzano per l'assoluta estraneità alle vicende belliche e afferenti alla potenza della madre patria per dedicarci all'innocuità dell'economia come fine ultimo della propria esistenza; osserviamo sulla nostra pelle che i conti e la finanza europea poco hanno potuto a fronte delle minacce provenienti da est, se di minacce si può parlare e di come le sanzioni europee non abbiano fatto arretrare di un millimetro la propensione russa alla ri-regolamentazione dei conti con il suo antagonista storico per definizione: gli Stati Uniti d'America, dal secondo dopoguerra, hanno costellato il vecchio continente di basi, impianti radar, hub per l'intelligence, siti di stoccaggio e piattaforme di lancio per missili a lunga gittata, molto spesso a testata nucleare ed adornato i cieli d’Europa di satelliti spia a proprio uso e consumo narrando agli “alleati” europei di come il loro duro lavoro di pacificazione del mondo passasse dalla nostra benevola sudditanza nei loro confronti.

Di converso, Vladimir Putin ha più volte denunciato di come, dallo scioglimento del Patto di Varsavia, la Federazione russa abbia calmierato le spese militari e di come invece gli americani in ambito NATO continuassero ad aumentarle.

In ulteriore riferimento ai grafici proposti, nel 2025 gli USA spendono circa 7 volte quello che spendono i russi; eppure, sul campo assistiamo ad un arretramento della potenza egemone globale a favore degli antagonisti che sommati (RUSSIA – CINA – INDIA) non spendono nemmeno la metà del deterrente principale di un'aggressione: come può succedere che chi ha sette pistole arretra di fronte ad un antagonista che ne ha una o due?

Di seguito viene riportato il trend di spesa pubblica militare degli Stati Uniti d'America e della Federazione russa dal 2013 al 2024, ovvero, l'anno in cui l'Europa fa il suo ingresso sulla scena prebellica tra le due super potenze.

USA
20260125 grafico 03

RUSSIA
20260125 grafico 04fonte: tranding economics

Innanzitutto, basta osservare i numeri puri riportati sull'asse Y del grafico: gli Stati Uniti spendono da 660 a 959 milioni di dollari, la Federazione Russa da 69 a 140 milioni di dollari; potrebbe bastare questo per giustificare le dichiarazioni dello Zar in merito allo stupore rispetto all'esorbitante spesa a stelle e strisce ma, entrando un po' nel dettaglio ed osservando il quadrienni 2021/2024, si nota immediatamente che il trend al rialzo è partito da oltre oceano e che solo dopo l'invasione ucraina anche i russi hanno seguito il trend americano.

Infine, la linearità al rialzo dell'America rispetto ai gradini di spesa russi comunica intrinsecamente di come, probabilmente, ci siano atri fattori di più ampio spettro temporale ed afferenti ad altri antagonisti che definiscono la tattica dell'industria bellica americana: sarà forse la sempre più concreta possibilità di uno scontro finale con la Cina ad animare i corridoi del pentagono?

(Delle cause che hanno portato gli USA a decidere di “tornare a casa”, partendo dalla ritirata d'Afganistan all'arretramento dell'impero ed alla conseguente spinta degli antagonisti, per arrivare alla tattica mandarina vi rimandiamo ai precedenti articoli -NINELEVEN- e – FIOCCO GIALLO ed alla parte prima dell'ANIMA DELL'UNIONE EUROPEA).

Ritornando sul vecchio saggio continente ma rimanendo in tema di riarmo, è il 2020 l'anno di svolta: lo zaitenwendee dell'allora cancelliere Sholtz consiste in una modifica costituzionale liberalizzante la percentuale di spesa militare in rapporto al PIL: la “clausola della pace”, ovvero il vincolo al 3% venne spazzato via per dare il via al piano Merz, prossimo futuro cancelliere d'oltralpe; sembrerebbe un vero e proprio accordo tra socialismo e centrismo ma da italiani non possiamo che non vederlo come uno sputo in faccia al compromesso storico Berlinguer-Moro voluto da entrambi per scopi decisamente più nobili di una guerra.

(per approfondire il tema del riarmo tedesco e degli “accordi politici” vi rimandiamo al precedente articolo ATTENTI AL LUPO – LA GERMANIA STA TORNANDO).

Oggi, l'Unione Europea ha intrapreso il sentiero del riarmo, un po' sconclusionatamente da quelle che emerge e senza dare vita al progetto dell'esercito europeo al quale auspicava Angela Merkel e del quale probabilmente ci sarebbe bisogno in quanto esternamente percepito come un messaggio di unione, che se pur snatura lo spirito pacifista europeo e dell'anima di Ventotene; 800 miliari di euro d'investimento stimato ai quali si aggiungeranno ulteriori spese per arrivare il 5% PIL in sede NATO.

Risorse sottratte a numerosi altri ambiti di cui i popoli europei avrebbero bisogno, di cui la costruzione sociale europea non potrebbe che giovare a quel processo di osmosi culturale di cui l'animo umano, curioso ed aperto al diverso, sente il bisogno per rimettere in gioco sé stesso, bramoso di nuova conoscenza e di crescita personale.

Di quale narrazione c'è bisogno per mistificare tutto ciò?

 

2 – Propaganda ed operazioni false flag: la mistificazione della realtà

Tenendo come punto fermo l'inamovibilità dell'entità economica del programma di riarmo europeo, ovvero non dirottabili su altri fronti di spesa, come può una classe dirigente giustificare tale spesa se la guerra finisse? A fronte delle necessità economiche in altri ambiti, una decisione corposa quanto 800 miliardi di euro ed ideologicamente opinabile rispetto alla genesi dell'unione dei popoli necessita di un sostegno propagandistico e comunicativo la cui analisi non può non percepirne il carattere funambolico.

Il "piano da 800 miliardi per il riarmo" si riferisce alla proposta europea "ReArm Europe", lanciata dalla Commissione UE (guidata da Von Der Leyen) a inizio 2025, per potenziare la difesa, stimando fino a 800 miliardi di investimenti (tra nazionali e UE) entro il 2030, tramite strumenti come il fondo SAFE (150 miliardi) e la deroga alla clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità per i bilanci nazionali, con l'obiettivo di sostenere la produzione di armamenti e colmare lacune, ma genera dibattito sulla sua reale natura (fondi comuni vs. spesa nazionale) e sul possibile impatto su welfare ed economia e prevede:

Mobilitazione di risorse: un mix di investimenti nazionali (sfruttando la flessibilità del Patto di Stabilità) e fondi UE, arrivando a una stima di circa 800 miliardi entro il 2030.

Strumenti chiave: Il nuovo strumento SAFE (Security Action for Europe) per prestiti UE (circa 150 miliardi) per finanziare acquisti congiunti e la produzione di sistemi strategici.

Deroga al Patto di Stabilità: Permettere agli Stati di spostare fondi verso la difesa senza penalizzazioni immediate.
L'anno zero dell'analisi delle relazioni tra le fazioni in attrito è stata messa nero su bianco a Minsk per ben due volte.
Gli Accordi di Minsk sono costituiti dal Protocollo di Minsk I e dal Protocollo di Minsk II rispettivamente del 2014 e del 2015: furono pensati per porre fine al conflitto nel Donbass, regione nell’Est Ucraina, tra il governo di Kiev e le autorità separatiste filorusse; in seguito, alla ‘’Rivolta di Majdan’’, che depose l’allora presidente ucraino Viktor Kanukovich, le autorità separatiste filorusse autoproclamarono le Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk nel Donbass. Con il primo accordo di Minsk l’obiettivo era quello di porre fine al conflitto secessionista nell’est dell’Ucraina.

Dopo l’elezione del presidente ucraino Petro Poroshenko nel maggio del 2014, Ucraina, Russia e Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) stipularono gli Accordi di Minsk I per concordare un pacchetto di misure di contenimento della escalation della guerra nel Donbass: fondamentale sarebbe stato il ruolo dell'OSCE, il quale avrebbe avuto il compito di osservare e verificare il cessate-il-fuoco e il ritiro degli armamenti pesanti; dopo la sottoscrizione di Minsk I nel 2014 i combattimenti proseguirono, a dimostrazione del fatto che l’Accordo di pace non era sufficientemente incisivo. Un ruolo decisivo in questo senso fu giocato da Francia e Germania che con Mosca e Kiev diedero avvio al cosiddetto ‘’Formato Normandia’’ per le negoziazioni quadrilaterali e la stipula dell’accordo di Minsk II nel 2015.

Si parlò di una iniziativa del ‘’Formato Normandia’’ in quanto i leaders di Francia, Germania, Russia e Ucraina si incontrarono durante il settantesimo anniversario dello sbarco alleato del D-Day in Normandia e qui si decisero di impegnarsi per dare una svolta alla guerra in Donbass. L’obiettivo era quello di concordare ‘’un Pacchetto di misure per l’implementazione degli accordi di Minsk I’’ e di organizzare una de-escalation delle tensioni attraverso un canale di dialogo volto a non dipendere dal circolo delle sanzioni imposte dall’Occidente a Mosca dopo l’annessione della Crimea.

Minsk II è stato siglato in occasione del terzo round di incontri nel febbraio del 2015 prima delle tensioni che si verificarono tra Occidente e Russia in Siria e Medio Oriente.

Già un anno dopo, nel 2016, ci si rese conto dell’incertezza circa l’effettiva attuazione delle clausole dell’accordo.

Questo breve remind tecnico-storico afferente ad una certa incertezza nel definire le regole della pace nonché rispetto alla vigilanza in merito, dal febbraio 2022, la Russia decide di passare da sostenitore a primo attore nella guerra del Donbass; i fatti sono ormai noti ma si vuole porre in luce due punti degli Accordi di Minsk: il primo è che Vladimir Putin chiese l'indipendenza delle regioni oggetto di conflitto e non l'annessione alla Federazione russa, la seconda è che, sempre per desiderio espresso del leader russo, l'Ucraina avrebbe dovuto avere un esercito calmierato a 60000 uomini/donne; tali dettagli torneranno a breve a dimostrazione che il Piano di Pace proposto da Putin nel 2025 potrebbe esserci stato indicato e riportato avente una firma occulta e non quella del “dittatore”.

Andando per ordine e ripartendo dal piano di riarmo europeo, battezzato in via definitiva come il piano di “preserving peace”, si assiste a dichiarazioni di vari leader europei civili e militari, piuttosto singolari: due primi dati oggettivi che si possono facilmente osservare sono che, a fronte dell'Annessione della Finlandia alla NATO, il comandante in capo dell'esercito russo disloca truppe vicino al confine russo-finlandese. Dal momento in cui la Finlandia è entrata nella NATO, lo stesso comando NATO ha rimodulato la presenza e l'engagement militare nella regione, ergo, avendolo fatto alla luce del sole, vien difficile pensare che l'antagonista non faccia lo stesso: non si è mai descritto un ipotetico nuovo fronte di guerra, allo stesso modo di come non è stato narrato all'opinione pubblica dei paesi NATO europei che le procedure standard dell'alleanza atlantica ridefiniscono l'assetto delle truppe a fronte di nuovi scenari e variabili. Il punto è che lo ha fatto per prima la NATO – come da prassi – e la Russia ha “risposto” in maniera più che plausibile.

Il secondo dato sensibile è la dichiarazione dello stesso Vladimir Putin: “noi non vogliamo attaccare l'Europa ma se gli europei ci attaccano per primi, siamo pronti e non sarà chirurgico come sta avvenendo in Ucraina”.

I nostri giornali hanno titolato in vari modi una presunta minaccia di Putin all'Europa. Ha detto l'esatto contrario.
Stava rispondendo all'Ammiraglio Cavo Dragone, Presidente del comitato militare NATO, il quale aveva dichiarato pochi giorni prima che nei corridoi del comando si stava pensando ad un attacco ibrido preventivo alla Russia; testuali parole: “...perché sarebbe difensivo e proattivo”.

Sempre il nostro Ammiraglio, a gennaio 2025 dichiarò che da quando la NATO aveva messo in campo il piano difensivo di deterrenza alla minaccia russa, in Ucraina non era successo più nulla, la guerra si era via via congelata, ergo la deterrenza NATO funziona; quindi gli attacchi droni ai quali assistiamo da chi sono veri? E quei droni di chi sono se la Russia si era “spaventata” di fronte alla deterrenza atlantica?

Delle (presunte) minacce d'invasione del suolo europeo da parte della Federazione Russa per voce del Presidente Putin, vi è traccia sui media occidentali e per comunicazioni militari pubbliche da parte degli eserciti d'Europa ma, esclusa la dichiarazione di non volontà belligerante da parte dello stesso Putin; a fronte invece del gran quantitativo di news che riportano parzialmente gli avvenimenti per mancanza di tempo televisivo, si evince che nelle Repubbliche Baltiche, la deterrenza aerea ed il dispositivo d'intercettazione radar dei velivoli russi è stato fortemente intensificato tra la fine del 2023 e l'inizio del 2025: palloni aerostatici, droni radar e pattugliamenti aerei fungono da alert per ogni spunto guerrifero dello Zar ma, mentre siamo tutti impegnati a guardare il cielo, a terra succede altro.

Degli sciami di droni che il formidabile sistema di difesa europeo ha inibito, ne sono caduti persino in Bielorussia ed in Polonia: il caso dei droni polacchi la dice lunga sulla mistificazione della comunicazione europea/NATO: secondo quanto raccontato, essi sono stati abbattuti dalla contraerea polacca poiché rilevati proprio sui cieli della polonia con un atteggiamento ostile di cui prova è la distruzione di un tetto di una cascina nella campagna polacca al confine con l'Ucraina: peccato che è stata la stessa aereonautica polacca a dire che quella cascina l'ha distrutta un missile americano in dotazione alla Polonia che doveva abbattere un drone ed ha sbagliato mira per poi cadere sulla povera casupola, oltretutto senza che il drone in questione abbia sparato un colpo. Molto più probabile è che il sistema elettromagnetico di difesa aerea ucraino abbia mandato in tilt i sistemi di orientamento di uno stormo di droni ed alcuni si siano diretti in Bielorussia ed in Polonia.

È decisamente opinabile il fatto che Putin voglia invadere l'Europa cercando di bombardare la Bielorussia che è il suo primo alleato. Ergo quella minaccia polacca ha un che di nebuloso ma il Premier Tusk non esitò a dichiarare “non siamo mai stati così vicini alla 3° guerra mondiale”, smentito subito dopo dallo Stato Maggiore della sua stessa aereonautica (come detto).
Di alcuni droni minacciosi ed ostili sono uscite pubblicamente le foto:

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Saltano all'occhio le “strisce” grige a circa metà della longitudine della carlinga. Dando per approssimativamente realistica una lunghezza di 2 metri dell'intero velivolo, per quale motivo, da un’ottica di mimetismo, questa colorazione alternata permette una migliore identificazione visiva anche ad occhio nudo? Ponderando e sovrapponendo la straordinaria industria pesante militare in grado di costruire sommergibili di centinaia di metri saldati in 2 o 3 pezzi e l'ingegneria che ne conferisce la più alta capacità penetrativa nelle difese nemiche, nonché le possibilità belliche russe in termini di potenza, è piuttosto bizzarro pensare che i russi abbiano costruito droni a pezzi per legarli assieme con dello scotch metallico grigio: quelli nelle foto riportate di cui ne esistono numerose altre in rete, sono droni russi abbattuti in Ucraina, rimessi assieme con lo scotch (economia di guerra sia in termini economici che tempistici), rifatti volare e scagliati in Polonia dalla stessa Aereonautica ucraina per poi dare la colpa ai russi.

Si chiamano operazioni fals flag, ovvero, atti di guerra fatti appositamente con strumenti ed armi di bandiera nemica, il cui obiettivo è provocare ed innervosire i propri alleati ed innalzare la tensione. Verrebbe quasi da illazionare un collegamento con la richiesta di Zelensky di missili a lunga gittata per colpire le basi in Russia, tradotto: cari europei, vedete i russi che sparano sul vostro territorio? Ci penso io ma datemi i missili a lunga gittata.

L'ultima affermazione è totalmente illatoria ma lo scotch lo si identifica chiaramente.
Mentre siamo stati tutti distratti da ciò che avveniva in aria, qualcosa di aberrante è accaduto sott'acqua senza che ci fosse raccontato se non per una chiara traiettoria politica di livello internazionale: è stata fatta saltare la più importante infrastruttura che porta il gas dalla Russia al cuore dell'Europa che si chiama Nord Stream 1 e Nord Stream 2.

Tale operazione, additata agli incursori della marina russa è stata in realtà ordita dagli Stati Uniti d'America con formale annuncio dell'ex Presidente Biden e messa in atto dagli incursori della marina ucraina con l'appoggio della Polonia: è stato lo stesso Tusk a rivendicare velatamente tale oscenità dichiarando che tale atto non è di matrice terroristica ma che il vero atto terroristico nei confronti dell'Europa è stato costruire quei gasdotti; la perversione è servita alla luce del sole basata sul fatto che i russi, continuando a venderci il gas avrebbero avuto un flusso di danaro entrante utile alla prosecuzione e sostegno del conflitto e, alla nostra decisione del tetto del prezzo, non batterono ciglio, oltretutto perché la fornitura energetica è un arma di guerra ibrida e se tu, Vladimir Putin vuoi invadere l'Europa fare guerra all'Europa perché tagliare un tentacolo della tua offensiva ibrida? Uno stratega scacchista come è lui, sarebbe stata più plausibile avesse tenuto aperto il canale di “battaglia” spostando la bilancia del potere a proprio favore di volta in volta per corrodere la pazienza dei popoli europei. Tagliare di netto, vuol dire, implicitamente, mettere l'Europa nelle condizioni di cercare velocemente un nuovo fornitore che, per facile analisi di mercato e di cooperazione internazionale, non avrebbe potuto essere altro che l'America. Quindi si è creato uno scenario di indebolimento russo a fronte di una nuova sferzata di alleanza tra Europa occidentale e Stati Uniti d'America...se ci vuoi invadere perché darci la possibilità di stringere nuove alleanze?...

La magistratura tedesca, dopo indagini meticolose (alla tedesca), ha formulato capi d'accusa per terrorismo agli incursori ucraini e, per due di loro, chiesto l'estradizione che, ovviamente, è stata negata.

Quindi, l'Europa, palesa la minaccia russa attraverso una pura mistificazione della realtà di cui si hanno prove giuridiche, economiche, relative ad alleanze internazionali e militari, tangibili e sotto gli occhi di chi non si lascia distrarre dagli spot notiziari, che se pur fondati, decadono immediatamente con un po' di approfondimento: di fronte ad un atto terroristico la vulgata si accontenta del “bersaglio condiviso”, di un cattivo Capo di Stato da demonizzare ed un esercito da distruggere ma se la magistratura tedesca formula capi d'accusa e chiede estradizioni, l'Italia rimanda in Ucraina un altro soldato -ucraino- coinvolto nell'operazione e di cui non ci si spiega la presenza sullo stivale, la Polonia rifiuta di consegnarne uno dal suo territorio dichiarando in aggiunta che “sono eroi” e troverà facile ed immediato, tra un impegno quotidiano e l'altro, non credere allo spauracchio comunista ed all'invasione russa.

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