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anima unione europea0 – Guerra & Pace: la dicotomia USA – EUROPA

Come si può teorizzare sintesi ed antitesi dell’esistenza umana? Quali definizioni troviamo in natura per descrivere lo stare assieme tra gli esseri viventi? Quali legami incentivano e limitano la naturalità dello spirito di sopravvivenza intrinseco nella natura animale che giace in ognuno di noi?

Bastano due parole: guerra e pace.

Per guerra s’intende un conflitto aperto e dichiarato fra due o più stati, o in genere fra gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi, ecc., nella sua forma estrema e cruenta, quando cioè si sia fatto ricorso alle armi; nel diritto internazionale è definita come una situazione giuridica in cui ciascuno degli stati belligeranti può, nei limiti fissati dal diritto internazionale, esercitare la violenza contro il territorio, le persone e i beni dell’altro stato, e pretendere inoltre che gli stati rimasti fuori del conflitto, cioè neutrali, assumano un comportamento imparziale.

In rapporto alle cause che provocano (o hanno provocato) il conflitto o ai fini che si vogliono conseguire le declinazioni sono servite a completamente di un concetto che la mente umana ed animale è in grado di formulare autonomamente ed esaustivamente: guerra di offesa, guerra di difesa, guerra di liberazione, guerra di religione, guerra civile, che ha per causa divergenze in materia di fede religiosa, guerra santa, guerra preventiva, scatenata per prevenire l’attacco del nemico, ecc. In relazione ai mezzi adoperati, al modo di combattere, alle armi o alle forze impiegate nel combattimento, il concetto di contrapposizione armata viene dimensionato sulla base della potenza bellica o di fuoco declinata per ambiti: guerra atomica o nucleare, guerra batteriologica, guerra biologica, guerra chimica, guerra geofisica, guerra elettronica, adozione, pianifica e di armi (razzi, missili) a guida elettronica, ecc.

Con riferimento alla violenza, all’entità, alla diffusione spaziale la guerra può essere accanita, crudele, tremenda, sanguinosa, micidiale. a coltello, all’ultimo sangue, aperta, dichiarata e combattuta apertamente, guerra lampo, guerra totale, senza esclusione di mezzi e senza risparmio della popolazione civile, guerra mondiale, a cui prendono parte paesi di più continenti, guerra di giganti, guerra tra grandi potenze.

Per pace s’intende una condizione di “normalità di rapporti” che, attraverso l’accettazione di regole di convivenza determina l’assenza di guerre e conflitti, sia all’interno di un popolo, di uno stato, di gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi, ecc., sia all’esterno, con altri popoli, altri stati, altri gruppi; s’intende altresì un concetto di accezione temporale, ovvero: periodo, stato, tempo di pace.

La prima dissonanza dicotomica rispetto ai due concetti chiave dell’esistenza umana nasce dalla necessità del secondo – la pace – di riferirsi al primo – la guerra – per determinare la sua concreta attuazione: la difesa della pace, dal punto di vista storico (ma anche attuale) è avvenuta attraverso la spada; mantenere e/o consolidare la pace attraverso strumenti di deterrenza è oggetti di discussioni in ambito militare che, una per ampliamento del dibattito coinvolge l’ambito politico chiedendo di “promuovere una politica di pace”; l’anticipo del mondo politico dovrebbe far sì che si invertano le parti per godere di una lunga e duratura pace: un corteo, una manifestazione per la pace hanno, per la maggior parte dei casi, fatto riferimento a conflitti specifici, alcune volte già in atto, mentre politiche strutturali di promozione della pace attraverso dialogo – formalizzato da trattati internazionali – rendono più realizzabile un periodo pacifico con un orizzonte temporale sempre più lontano.

In un’ottica di condizionamento dell’opinione pubblica, gli ideali della pace hanno da sempre riscoperto confini più ampi per diventare – almeno dal punto di vista occidentale – di respiro universale: la pace europea, la pace mondiale.

In ultimo per ragioni di sintesi, il concetto di pace si palesa come un processo di Ristabilimento, dopo un periodo di guerra: chiedere, accettare la pace, trattare la pace, formulare proposte di pace attraverso la condivisione di condizioni di pace, oppure stabilire una pace separata, conclusa separatamente, col nemico comune, da uno degli alleati.

Sul suolo europeo, le civiltà millenarie che lo hanno popolato, colonizzato ed anche solo attraversato, non hanno non potuto far proprie le definizioni di guerra e pace; per propria volontà, per controversia artritica con il popolo europeo o anche per pacifica osmosi culturale, ogni individuo ha vissuto sintesi ed antitesi dell’esistenza e della distruzione in quanto disumana violenza perpetrata a scopi di potere e sottomissione etnica di cui la natio venne sempre distorta in quanto elemento di contrapposizione e non di cooperazione.

Sulle macerie di due conflitti che si qualificano come un concentrato di violenza e distruzione mai perpetrato e/o subito nella storia dell’umanità, germoglia quell’esperimento di unione dei popoli su base democratica e pacifica; le differenze etniche e culturali vennero reinterpretate nel loro più nobile concetto di cui la storia ci ha sempre insegnato i migliori effetti nelle arti e nelle scienze, nella giurisprudenza e nella sociologia, nell’architettura e nell’ingegneria: il virus nazionalista che idolatrò la lucida follia dei totalitarismi viene posto all’angolo da padri fondatori dell’unione dei popoli: le 2 guerre mondiali furono scatenate essenzialmente per volontà di conquiste territoriali, per stabilire il proprio potere al di fuori dei confini della nazione ed estendendo il concetto di supremazia della natio su etnie e popoli ritenuti inferiori.

La natio, se pur espressa nel 14° punto di Wilson, riassunta come un legittimo principio di ogni popolo ed applicata secondo nobile concretezza da parte di donne e uomini di Stato, subisce la deriva massima in una dicotomia rabbiosa e nel fare della propria autodeterminazione un elemento di supremazia e differenziazione posto in luce all’umanità intera con la più bieca violenza mai concepita.

Il concetto di “unione dei popoli” ribalta completamente quanto scritto nei libri di storia e nei trattati Pace: rimuovere confini per i quali sinora interi popoli si sono massacrati a vicenda e porre ogni singolo individuo di differente natio sullo stesso piano di libertà, diritti e doveri, su un territorio vasto e variegato come quello europeo, a fronte degli scarsi mezzi di comunicazione esistenti, della precarietà delle infrastrutture esistenti e ponderatamente al tasso di analfabetizzazione e povertà assoluta che impedivano, di fatto, viaggi e momenti di osmosi culturale, è azzardo allo stato puro. Una follia che sono la più alta lungimiranza politica nonché, il metodo pacifico e democratico scelto per sviluppare tale concetto risuona come un’autentica sfida alle élite politiche nazionaliste ed alle casate reali ancora influenti sul continente europeo.

Infine, lo sguardo oltre oceano impone il dovere di osservare la creazione degli Stati Uniti d’America con occhio critico: nati da una rivoluzione con la madre patria inglese, e costruiti a colpi di spada anch’essi vengono superati dalla rivendicazione della Democrazia da parte di quel territorio che la concepì, la creo ma la perse di vista. Oggi l’Europa riconquista un altro suo primato culturale.


1 – L’amministrazione Trump serve, all’Europa.

Dall’insediamento dell’amministrazione Trump, stiamo assistendo ad un cambio netto di approccio con L’Europa, ovvero, con i singoli Stati europei, poiché Donald Trump incarna perfettamente e veicola magistralmente il pensiero dell’America profonda: noi siamo la madre patria, voi, nostri – singoli – Stati satellite. L’Europa ha da sempre costituito il fiore all’occhiello dell’impero Stars&Stripes ma, sulla base di dinamiche mondiali e movimentazioni strategiche sullo scacchiere internazionale di cui la guerra d’Afganistan ne è l’innesco, oggi, gli Stati Uniti d’America si devono preparare a fronteggiare il loro vero primo antagonista. La Cina.

In questa lunga marcia di preparazione allo scontro finale s’inserisce la guerra d’Ucraina e lo scacchista per natura: la federazione russa alla cui guida c’è Vladimir Putin. Un uomo nato dalla terra degli scacchisti, forgiato dai servizi segreti russi – il KGB – e prodotto dell’imprinting imperialista a cui Donald Trump tenta di far fronte, comportandosi allo stesso modo: è alquanto imprudente pensare di battere un nemico sul suo terreno di gioco ma l’inganno trumpiano sta proprio nel proporsi come imperatore e non come prodotto di una scelta collettiva e veicolo di un apparato o sistema d’apparati; ciò sempre a noi noi strano e sa di “brutto sogno” poiché, come da sistema d’istruzione, studiamo la storia pensando che sia una sola, fatta, scritta e decisa da pochi leader da cui i popoli dipendono: dal punto di vista geopolitico, ovvero dal punto di vista dell’osservazione dei fenomeni sociali, demografici, culturali e storici. Nella realtà delle evoluzioni istituzionali dei gruppi etnici, le regole di convivenza civile del popolo sono sempre state decise dalle collettività e mai da un solo soggetto: anche se inconsciamente, l’avvento di un autocrate, è da considerarsi come una scelta del popolo (semplificando e stringendo: di fronte ad un golpe, numericamente parlando, è maggiore la fronda militare golpista o il popolo di della Nazione che subisce il colpo di Stato?): tali decisioni, nei secoli addietro hanno forgiato il DNA di un popolo imperialista o di un popolo economicista. La discriminante sta nel considerare l’economia come uno strumento di potenza o il fine ultimo della propria esistenza: in questo senso, i “dazi di Trump” applicati all’Europa sono fortemente diversi rispetto a quelli applicati alla Cina, per una serie di ragioni, tra cui la discriminante tra dazi veri stabiliti secondo legge federale il cui obiettivo è riportare l’industria americana a produrre in patria. I Dazi applicati all’Europa, innanzitutto non si chiamano dazi ma sanzioni, non sono leggi federali da cui ne deriva una strutturalità ma da un decreto presidenziale che il Presidente può emanare solo se preventivamente ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, anch’esso su basi di fondatezza di un pericolo che gli apparati d’intelligence di polizia federale e di esercito devono esaminare e riferire alla Commissione parlamentare per la difesa la quale emana un parere che diviene oggetto di voto parlamentare da cui ne deriva la fine dell’emergenza e l’eliminazione delle sanzioni o la necessità per il Congresso di legiferare sulla materia in oggetto, ovvero normare a livello federale dei veri dazi sistematici per l’Europa. Non è mai avvenuto, sin ora, che le due invettive del Presidente Trump si tramutassero in leggi federali.

Sulle testate giornalistiche americane (che sono molto più libere di come si pensa) è stata riportato un estratto del “botta e risposta” della conferenza stampa in cui vennero chieste le motivazioni di quanto appena descritto; il Presidente Donald Trump rispose alla sua maniera, ruvido, diretto ma inequivocabile: “i dazi europei porteranno centinai di miliari di dollari nelle casse federali”, “…e a cosa serviranno?”, “Spesa per tecnologia militare.”. È difficile pensare ad un grado di chiarezza più limpido.

Da sottolineare infine il bluff trumpiano, ovvero il suo modo di porsi, volto a comunicare il suo sentirsi imperatore e comportarsi come tale sotto l’aspetto decisionale; telegraficamente: non bisogna confondere i reali poteri del Presidente degli Stati Uniti d’America con il fatto che è l’uomo alla guida di una potenza egemone. Da ciò si apre l’enigma attuale: gli americani, da “chioccia” d’Europa hanno iniziato a trattare male le cancellerie del vecchio continente; Donald Trump veicola con maestria il velato messaggio di un popolo ed un apparato gestionale (dell’Impero) che deve rimodulare la propria attenzione e presenza in certe aree geografiche.

Gli USA stanno ribaltando la narrazione nei confronti del fiore all’occhiello del loro impero: gli Stati (satellite) europei; al termine della Seconda Guerra Mondiale, attraverso il Piano Marshall iniziò ufficialmente il colonialismo informale: gli Stati Uniti d’America, ai quali le potenze dell’asse dichiararono guerra con atto formale, giunsero in Europa per porre fine ad un conflitto e obliterare la loro egemonia nel mondo occidentale, con la benevolenza degli oppositori ai regimi totalitari: che abbiano salvato i popoli oppressi è sicuramente un fattore di cui essere felici ma non il principale casus belli americano in quanto negli stessi States, il diffuso isolazionismo d’oro e di finanza non fu incline al sacrificio di cui oggi si ringrazia e si è ancora succubi nel vecchio continente.

Tale sacrifico fu, dal 1945, ben orchestrato dagli apparati imperialisti nord americani sulla falsa riga della geopolitica imperialista di epoca romana e ripetuta in ogni rapporto tra madre patria e stati satellite: per le potenze, l’economia, è un mezzo per affermare la propria influenza ed il proprio potere oltre i confini nazionali, per gli Stati satellite è il fine ultimo dell’esistenza, ovvero generare economia su economia, fregiandosi si status symbol più o meno concreti e riducendo la propria esistenza all’interno del “giardinetto di casa” orgogliosi degli oggetti di cui ci si circonda, ponendo in secondo piano questioni immateriali come i rapporti sociali, l’attenzione per la Politica e per le decisioni dei governi e dello Stato, finendo per fare della disponibilità economica personale la discriminante principale delle decisioni familiari: oggi gli italiani non fanno figli per “paura” di non poter sostenere economicamente la loro crescita.

Inoltre, abbiamo progressivamente accostato le necessità pragmatiche di sopravvivenza agli ideali di vita poiché al sopraggiungere del benessere, il “fine mese” ha sempre più diminuito la propria centralità a favore di scelte quotidiane in continuità con gli ideali dai quali ci si sente rappresentati: oggi, alcuni scelgono di indebitarsi per acquistare una nuova auto elettrica o ibrida, dando concretezza al proprio ideale green di vita; l’indebitamento non spaventa come 50 anni fa poiché vivendo di economia si pensa e si vive concretamente la possibilità di ripagare il debito; ergo ci si lancia anche in acquisti folli ben oltre le possibilità reali al momento dell’acquisto convinti di risanare il debito nei tempi previsti (per informazioni citofonare Leman Brothers).

Dall’ingresso nel XXI secolo ed in riferimento alla guerra d’Afganistan, gli Yankee dimostrano qualche crepa nella loro più che conosciuta egemonia mondiale, sia per l’intestardimento nel volere catturare Bin Laden a tutti i costi, sia per aver scoperto il fianco alla Cina: nella prima decade del secolo corrente, i Mandarini, comprano ingenti quantità di BOT americani, di fatto finanziando la guerra e illudendo gli americani di avere sufficienti risorse per stare in un luogo ben poco strategico per loro e senza l’adeguata conoscenza della stratificazione sociale mediorientale nella convinzione calvinista della propria presenza sul Pianeta: “gli daremo la Democrazia e ci saranno fedeli” si sentiva mormorare tra le mura del Pentagono, fino a quando, ormai privi di narrazioni significative in patria e di fronte al fallimento della loro missione profetica in terra afgana, venne ordinata la ritirata…dell’impero che sino a qual momento non aveva dimostrato la minima crepa nel gestire il Medioriente.

Al di la delle conseguenze in terra est-europea, il segnale per gli antagonisti è più che mai chiaro: se negli anni 80/90 dello scorso secolo, ad ogni mossa americana corrispondeva un inchino mondiale, oggi, ad inchinarsi sono solo gli europei; tale atteggiamento è stato più che mai percepito dagli alti funzionari degli apparati americani, i quali hanno sin da subito iniziato ad elaborare una strategia di preparazione allo scontro finale con la Cina, primo creditore del debito pubblico americano che sorniona, mentre gli americani erano indaffarati in Afganistan ha costruito il proprio sostentamento in termini di materie prime, terre rare, distribuzione della ricchezza interna al Paese, infrastrutture, elementi di sostentamento della popolazione ed investimenti militari, ivi compreso l’addestramento delle truppe ad oggi, tra le mani dell’armata rossa. In tutto ciò, infine s’incastra la questione della riconquista di Taiwan: i famigerati semiconduttori di cui si è tanto scritto sono solo la narrazione per l’opinione pubblica americana che ogni notte si addormenta preoccupata di risvegliarsi con un discorso a reti unificate del Presidente che annuncia l’intervento militare nell’indopacifico: la riconquista dell’isola è un progetto che la Cina maoista ha in agenda da molto prima che a Taiwan si sviluppasse l’industria dei semiconduttori, esportata abilmente dalla California per fornire un ritratto di facciata sulla presenza americana nel mare di Cina; gli accordi – presunti – tra Tawan ed USA prevedono una presenza militare sull’isola a tutela di un asset industriale strategico per il nord America e non solo: anche per noi europei la produzione di semiconduttori di Taiwan è strategica poiché dipendiamo da loro e, con buona dose di probabilità, l’intervento militare americano sarà coadiuvato da noi europei su richiesta USA.

Anche se non primo motivo, quanto appena descritto, s’inserisce sul crinale del ribaltamento dei toni dell’interlocuzione USA-Europa: la questione ucraina polarizza tutto ciò che è appena stato descritto: dalla ritirata d’Afghanistan, la Federazione Russa, cogliendo il significato intrinseco dell’indebolimento dell’antagonista a stelle e strisce è partita nella controffensiva imperialista grattugiando il diamante americano; la Cina ha intensificato e rafforzato le relazioni con la Russia, l’Iran ha intensificato la propaganda anti-americana. Noi europei ci siamo assuefatti dentro il brodo dell’esistenza materialista e spettatrice della storia da una prospettiva esterna ed ancellare rispetto agli States: viviamo di economia, il tasso di natalità è sottozero, passiamo la maggior parte del tempo a fissare uno schermo luminoso e discriminiamo la nostra quotidianità sulla base degli ideali: il tutto rientra perfettamente nella manipolazione imperialista ma nemmeno la nostra madre patria pensava che ci cadessimo dentro così tanto. Oggi, attraverso un linguaggio ruvido ed un atteggiamento energico ci stanno scuotendo per destarci dal nostro sonno profondo e rientrare nella storia, padroneggiando quanto meno la nostra: il brodo nel quale ci siamo crogiolati è stato cucinato da mamma America in persona ma noi, ci siamo proprio immersi totalmente dentro quel tepore materno o paterno che sia.

Gli strateghi americani hanno previsto a breve lo scontro finale con la Cina (per certi aspetti è già cominciato), quindi, il versante europeo dell’Impero vedrà assottigliarsi la mano protezionistica USA ma dovrà comunque rimanere saldo ai fili occidentali/atlantici, ergo, la manutenzione e la perlustrazione del vecchio continente sarà per la maggior parte a carico europeo ma, dal punto di vista gestionale indipendente da Washington: per fare ciò ci vogliono una serie di cose tra cui armi, addestramento, spesa militare, infrastrutture, giovani reclute ed accordi saldi e monitorati con la madre patria poiché la presunta emancipazione che ne deriverà non dovrà mai compiersi totalmente: gli americani non permetteranno mai ai paesi NATO europei di uscire dall’alleanza, anzi, allo scoppio della guerra con la Cina, verremo chiamati in causa e dovremo dare il nostro tributo in termini di uomini e mezzi. Il tributum era una tassa che Roma rastrellava nelle provincie proprio in vista di una guerra poiché l’esercito romano avrebbe combattuto anche in nome delle provincie e non sono per il nucleo centrale dell’Impero; la storia, oltre a ripetersi, a volte non cambia di una virgola. Gli Stati Uniti d’America hanno chiesto ai Paesi Nato di raggiungere il 5% di spesa militare in rapporto al PIL proprio in quanto tributo alla guerra che andranno a combattere dall’altra parte del mondo, anche per noi, province dell’impero Stars&Stripes, che dovremo dare il tributum sia in termini economici che militari.

La narrazione cruda e ruvida dell’amministrazione Trump è veicolo di un messaggio dell’America profonda che non ne può più di combattere per interessi non squisitamente propri vedendo gli abitanti delle province seduti a guardare la storia dalla poltrona e gli antagonisti alzare la cresta; il ritorno alla continuità storica della propria esistenza è il messaggio americano che fatichiamo a capire poiché come ogni Stato satellite, afferiamo la nostra storia a quella della madre patria: l’amministrazione Trump ci sta chiedendo a gran voce di rimettere l’attenzione su di noi, riprendere in mano la penna e ricominciare a scrivere la nostra storia, quella che i nostri discendenti leggeranno sui libri; come fa sempre ogni potenza imperiale ed imperialista: scrive la propria storia e pretende che sia riportata sui libri come desidera.


2 – Imperialismo della Democrazia.

La movimentazione sullo scacchiere mondiale è in una fase briosa e di cambiamento ma, allo stesso tempo, pericolosa e da gestire con cautela: la formazione di nuovi blocchi di matrice imperialista determina la doverosa presa di posizione da parte della costellazione di Stati satellite presente attorno ad ogni nucleo imperiale.

La possibilità che i rapporti internazionali degenerino in conflitti armati sembra essere ben chiara alle cancellerie europee ma l’opinione pubblica stenta a pensare di vedere le proprie figlie ed i propri figli indossare un elmetto, imbracciare un fucile e partire per un prendere parte a quel metodo di risoluzione delle controversie internazionali che non è più stato utilizzato in Europa da 80 anni a questa parte; il pensiero antitetico della pace consolidata e della guerra non più annoverata sta scuotendo gli animi europei ad ogni strato sociale, muove le preoccupazioni di ogni individuo e spariglia le carte dei progetti di vita dei giovani: dal secondo dopoguerra ad oggi sono 66 i conflitti accaduti nel mondo, di cui oggi 50 ancora attivi; i popoli non occidentali annoverano l’ultima ratio come un metodo praticabile – i numeri parlano chiaro – pur consapevoli della disumanità che se ne innesca dopo il primo sparo.

Lo stupore europeo di fronte alla possibilità di un approccio belligerante per ridefinire gli equilibri mondiali è chiaro segnale di come si sia smesso di studiare la storia dei popoli e di come abbia prevalso l’analisi semplicistica dei leader; facili da studiare, semplici da interpretare, capri espiatori prêt-à-porter: ci si è dimenticati che i leader stessi sono un prodotto di fattori sociali, storici, economici e decisionali di una collettività di persone, più o meno conscia della scelta ma, sicuramente, in grado di sovvertirla: la Russia conta oltre 144 milioni di persone, Putin e gli oligarchi, mal contati, sono circa 1 migliaio ma nella cronaca notiziaria sentiamo parlare solo del leader e di come la popolazione sia oppressa e soggiogata; è piuttosto singolare che 1000 persone riescano ad avere la meglio su 144 milioni; il popolo russo, da buon imperialista che è, studia la propria storia e pretende di scriverla, ergo, sa bene che se Vladimir Putin fallisce nell’intento di scrivere pagine di storia della gloriosa Patria, sarà lui stesso a defilarsi prima che il popolo lo metta alla forca, perché il Presidente della Federazione russa è lui stesso russo e prodotto della stessa identica traiettoria del popolo e della terra dell’impero millenario che i russi sentono di incarnare.

Con una rapida sostituzione di nomi, si comprende immediatamente di come Donald Trump non sia il despota che la cronaca europea palesa e narra ad una popolazione distratta dalle serie TV e dagli aperitivi, nonché convinta che con un po’di economia si sistemi tutto.

Ma qual è il vero antidoto alla degenerazione bellica?

La Democrazia applicata poiché l’ideale fine a se stesso serve poco in un mondo costellato di guerre ed autocrazie, mosso da intenzioni di potere da obliterare superiore rispetto ad altro ed altri attraverso l’utilizzo delle armi.

L’Europa è chiamata a riprendere in mano la propria storia ma sta passando sotto traccia che a chiedercelo è una potenza imperiale, la quale vuole stabilire nuovamente il proprio dominio sul mondo riappropriandosi di quel metodo secolare che noi stessi europei usammo sul continente africano ormai più di un secolo fa ma che abbiamo abbandonato considerandolo come aberrazione dell’esistenza tra i popoli; dal Manifesto di Ventotene in avanti, l’Europa ha cambiato gli equilibri del mondo dando, all’umanità intera, prova tangibile di come si possa andare oltre, di come l’unione dei popoli su base pacifica e democratica sia la vera via maestra per la convivenza civile e di quanto sia dannosa l’imposizione del proprio modo di vedere il mondo, sia fatta anche senza l’utilizzo delle armi.

L’osmosi culturale nata dal Trattato di Roma deve essere portata a compimento e condivisa da tutti i membri dell’Unione Europea, la cooperazione internazionale insita nel metodo federale di unione tra i popoli deve essere disciplinata in modo tale da riaffermarsi slancio delle culture europee; ciò che iniziò a Roma millenni orsono, ribadito nella stessa Capitale e di cui esistono testimonianze su tutto il suolo europeo è testimonianza storica ed affermazione che il metodo dello studio, dell’ingegno, delle arti e della giurisprudenza, genera ed esprime quella pace creativa, disarmata e disarmante che gli autocrati ci invidiano da ogni angolo del mondo, frutto della devastazione di cui le ceneri si sono fatte cemento tra gli individui.

I nostri giovani e le generazioni a venire trovano e troveranno scontata la pace, e questo è sbagliato, ma non possiamo lasciare sui libri di storia le istruzioni per la guerra quando noi stessi ne riconosciamo la disumanità e la potenza distruttiva; l’anima dell’Unione Europea non è genesi di violenza in alcun modo e mai potrà dotarsi di arsenali poiché, le armi, quando costruite non sono mai arrugginite dentro i loro depositi: questo è il vero impero europeo, la Democrazia concepita, narrata e soprattutto applicata con metodo pacifico.

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