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magna carta0 – Comunicazione n°0: Magna carta 

La Magna Carta venne concepita nel 1215 a.C. come un tentativo di raggiungere la pace tra la monarchia inglese e le fazioni ribelli dei baroni del regno. A quel tempo l'Inghilterra era governata da re Giovanni, il terzo monarca della casa dei Plantageneti, e nonostante il regno godesse di un sistema amministrativo robusto, la natura e le prerogative della dinastia dei plantageneti apparivano mal definite e incerte. Essi governarono sulla base principio della vis et voluntas (o "forza e volontà"), in virtù del quale i regnanti disponevano del potere esecutivo e arbitrario poiché ritenuti al di sopra della legge.

Già i predecessori di Giovanni avevano sperimentato gravi momenti di tensione con i propri nobili: se il primo sovrano plantageneto, Enrico II d'Inghilterra, aveva dovuto fronteggiare i nobili insorti contro le sue riforme giuridiche che avevano conferito uno smisurato potere alla Corona ai danni dei feudatari, il figlio Riccardo aveva suscitato malcontenti a causa della pesante pressione fiscale da lui imposta per finanziare la terza crociata.

Allo scopo di difendere e poi riconquistare gli antichi possedimenti dei Plantageneti in Normandia Giovanni dovette ingaggiare una guerra con il regno di Francia finanziata grazie a una sostanziale tassazione dei suoi baroni che ne denunciarono pubblicamente l'arbitrarietà, segnalando in particolare gravi abusi nell'applicazione dello scutagium, l'imposta dovuta da chi non partecipava personalmente al servizio militare. A causa della dura disfatta delle truppe inglesi, alleate a quelle dell'imperatore tedesco Ottone IV, nella battaglia di Bouvines nel 1214, Giovanni si trovò obbligato a pagare un consistente risarcimento per ottenere la pace. In quella fase la popolarità del monarca tra i suoi baroni, già bassa, calò ancora maggiormente, alimentando una situazione di forte sfiducia tra le parti. Rientrato sconfitto dalla Francia, re Giovanni scoprì che i baroni ribelli nel nord e nell'est dell'Inghilterra si erano coalizzati contro di lui.

Al fine di cercare di alleggerire la situazione, Giovanni tenne un consiglio a Londra nel gennaio 1215 per discutere di possibili riforme, mentre in primavera, a Oxford, si confrontarono i suoi delegati con i ribelli. Entrambe le parti fecero appello al papa Innocenzo III perché potesse fare da arbitro nella disputa. Durante i negoziati, i baroni insorti redassero un primo documento, chiamato dagli storici "Ignota Carta delle libertà", in cui vennero messe per iscritto, in 12 clausole, le richieste da sottoporre a Giovanni gran parte delle quali già presenti nello statuto delle libertà concesso da Enrico I d'Inghilterra nel 1100. Tale documento, successivamente riproposto nella carta dei Baroni, rappresentò un prototipo di quella che sarà la Magna Carta.

Giovanni sperava che il papato gli potesse fornire assistenza giuridica e morale e, di conseguenza, lo coinvolse; una simile strategia fu dovuta anche al fatto che il re stesso, due anni prima, si era dichiarato vassallo della massima autorità del cristianesimo mettendosi così sotto la sua protezione. In un ulteriore tentativo volto ad assicurarsi il sostegno del pontefice, Giovanni fece voto di diventare un crociato, una mossa che gli diede una protezione politica aggiuntiva ai sensi del diritto ecclesiastico, anche se in molti dubitano della sincerità di tale proposito.

Le lettere di sostegno a Giovanni da parte di Innocenzo III giunsero nel mese di aprile, ma a quel punto i baroni ribelli si erano già organizzati in una fazione militare. A maggio si riunirono a Northampton, dove sciolsero i loro legami  feudali con Giovanni e marciarono verso Londra. Messo alle strette, re Giovanni cercò di apparire moderato e conciliante, proponendo di sottoporre la questione a un comitato di arbitraggio con a capo il papa Innocenzo, ma ciò non riuscì a scalfire la determinazione della fazione a lui avversa. Stephen Langton, arcivescovo di Canterbury, si confrontò con i baroni sulle loro richieste e, dopo che fu esperito ogni tentativo di arbitrato, ricevette dallo stesso re Giovanni l'incarico di proporre un trattato di pace.

Il 10 giugno 1215 Giovanni incontrò i capi dei ribelli a Runnymede, una marcita posta sulla riva meridionale del Tamigi. Runnymede era un luogo tradizionale per le assemblee, situato su un terreno neutrale, tra la fortezza reale del castello di Windsor e la sede dei ribelli a Staines, offrendo dunque a entrambe le parti la sicurezza di non trovarsi in una situazione di svantaggio militare. Inoltre, la conformazione del suolo, in gran parte acquitrinoso, scongiurava l'ipotesi di attacchi armati. Qui gli insorti presentarono a Giovanni le loro richieste di riforma contenute nella cosiddetta carta dei Baroni, un documento di 48 clausole e una "formula di garanzia" che ne obbligava l'osservanza da parte del re. I pragmatici sforzi di mediazione compiuti da Stephen Langton nei giorni successivi trasformarono queste iniziali richieste in una carta reale, composta di 63 clausole, che sintetizzava l'accordo di pace proposto; pochi anni dopo, quest'intesa assunse il nome di Magna Carta. Entro il 15 giugno, il testo definitivo dell'atto fu pronto e il 19 giugno, in un clima di festa, i ribelli rinnovarono i loro giuramenti di fedeltà a Giovanni mentre le copie della Carta furono formalmente pubblicate.

Come ha notato lo storico David Carpenter, sebbene la Carta «non facesse perdere tempo occupandosi di teoria politica», essa andò oltre le semplici richieste baronali, costituendo invero una proposta più ampia di riforma politica. Con la stessa si garantivano la tutela dei diritti della Chiesa, la protezione dalla detenzione illegale, l'obbligo a un equo e rapido processo e, soprattutto, si introducevano delle limitazioni in materia di tassazione e altre gabelle feudali verso la Corona, prevedendo che la promulgazione di alcune imposte fiscali necessitasse del consenso dei baroni. La Carta sanciva anche la promozione di alcuni diritti della persona per tutti, in particolare per i baroni, ma anche i diritti dei servi della gleba vennero presi in considerazione nelle clausole 16, 20 e 28. Il suo stile e il suo contenuto riflettevano lo Statuto delle libertà concesso da Enrico I, così come un più ampio corpo di tradizioni giuridiche.

Nella "clausola 61", o "clausola di sicurezza", si stabilì di istituire un consiglio di venticinque baroni per monitorare e garantire la futura adesione del re alle disposizioni della Carta. Se il monarca non le avesse rispettate, entro quaranta giorni dalla notifica di una trasgressione da parte del Consiglio dei venticinque baroni, essi sarebbero stati autorizzati a impossessarsi dei suoi castelli e delle sue terre fino a che, a loro giudizio, non avesse ottemperato all'inadempienza. In un certo senso si trattava di una disposizione senza precedenti: benché altri re avessero in passato concesso il diritto di resistenza individuale ai loro sudditi, da avocare nel caso in cui il monarca stesso non avesse adempiuto ai suoi obblighi, la Magna Carta risultò il primo documento che costituiva un mezzo formalmente riconosciuto per costringere collettivamente la Corona. A giudizio di Wilfred Warren una simile disposizione avrebbe reso quasi inevitabile una guerra civile, se si considerano «la rudimentale formulazione con cui era stata redatta e il margine di applicabilità potenzialmente illimitato». Con questa clausola i baroni contavano di forzare Giovanni a rispettare le disposizioni della Carta, malgrado questa fosse così fortemente sbilanciata contro il re che egli non avrebbe potuto sopravvivere.

Giovanni e gli aristocratici ribelli non si fidavano l'uno dell'altro e nessuna delle due parti tentò seriamente di rispettare l'accordo di pace. I 25 baroni nominati per il consiglio furono tutti rivoltosi scelti tra coloro che si erano posti nelle posizioni più estreme e molti di loro addussero svariate motivazioni per mantenere mobilitati i rispettivi eserciti a disposizione. Ulteriori controversie iniziarono presto a emergere anche tra i baroni ribelli e quelli della fazione realista.

La clausola 61 della Magna Carta conteneva anche l'impegno del re a chiedere «nulla a nessuno, né per noi (cioè la Corona) né per altri, per cui alcuna di queste concessioni o libertà possa essere revocata o diminuita». Nonostante ciò, già il mese successivo alla promulgazione, il re fece appello al papa Innocenzo sostenendo che la Carta ponesse a rischio il suo rapporto in veste di feudatario. A onor del vero, nonostante ai sensi dell'intesa di pace i baroni a Londra avrebbero dovuto deporre le armi entro il 15 agosto, essi si rifiutarono di farlo. Nel frattempo, i commissari papali scomunicarono i baroni insorti e, all'inizio di settembre, sospesero Langton dalla sua carica. Acquisita la conoscenza dei dettagli della Carta il papa inviò una dettagliata risposta in una lettera datata il 24 agosto e giunta oltremanica a fine settembre, ritenendola «non solo vergognosa e umiliante, ma anche illegale e ingiusta», in quanto Giovanni aveva dovuto «accettarla sotto costrizione» e, quindi, essa doveva essere considerata «nulla e priva di ogni effetto per sempre». Pertanto, sotto la minaccia di scomunica, il re non osservò le disposizioni della Carta, né i baroni cercarono di farla rispettare.


0.1 - Buona la quarta!

Durante la giovinezza di Enrico III la Magna Carta si integrò sempre di più nella vita politica inglese.
Mentre il re cresceva il suo governo iniziò lentamente a riprendersi dalla guerra civile, riacquisendo il controllo delle contee e aumentando nel contempo le proprie entrate finanziarie, con l'attenzione però di non oltrepassare i termini sottoscritti nelle intese. Nel 1223, presso la corte emersero alcune tensioni riguardo all'interpretazione delle norme quando il governo di Enrico tentò di riaffermare i propri diritti sulle proprietà e sui ricavi nelle contee. A tali pretese si erano opposte le resistenze di molte comunità che sostenevano, anche se non sempre correttamente, che le carte proteggessero le loro posizioni. Tali pareri provocarono un dibattito sull'effettiva sussistenza in capo al re dei vincoli giuridici generati dagli accordi, visto che aveva dovuto accettarli in modo imperativo. In quest'occasione, Enrico fornì tuttavia alcune rassicurazioni verbali sul fatto che si considerasse vincolato dalle disposizioni contenute nelle carte.

Due anni più tardi la questione dell'impegno di Enrico riemerse, cioè quando Luigi VIII di Francia invase le province inglesi in Francia: il Poitou e la Guascogna. Le truppe di Enrico di stanza in Poitou, povere di risorse, capitolarono ben presto e la regione venne rapidamente persa. Non fu difficile comprendere come la medesima sorte sarebbe presto toccata anche alla Guascogna in caso di mancato invio di rinforzi dall'oltremanica. Per scongiurare questo scenario nei primi mesi del 1225 il Magnum Concilium approvò un'esosa tassa di 40.000 sterline, atta a finanziare una spedizione che mise presto in sicurezza la Guascogna. In cambio del sostegno dimostrato a Enrico, i baroni chiesero che il re emanasse nuovamente la Magna Carta. Il contenuto della pubblicazione, la quarta, fu quasi identico a quello del 1217, ma nella nuova versione il re dichiarò che la Carta fosse stata emessa in base alla propria «spontanea e libera volontà».

Questa stesura è quella che nei secoli seguenti sarà di riferimento per i sovrani e i giuristi.

I baroni, tuttavia, nutrirono dubbi riguardo al fatto che il monarca avrebbe sempre rispettato i dettami del documento, il quale imponeva peraltro di tenere in grande considerazione il parere della nobiltà. L'incertezza continuò e, nel 1227, quando raggiunse la maggiore età e fu quindi in grado di governare autonomamente, la suprema autorità annunciò che le future carte avrebbero dovuto essere rilasciate con il proprio sigillo. Questo portò a mettere in discussione la validità delle carte precedenti, ovvero quelle emesse durante la sua minore età. Nel 1253, Enrico confermò ancora una volta i patti in cambio di ulteriori imposizioni fiscali.  

Durante il suo regno Enrico III pose particolare attenzione alla ricostruzione simbolica dell'autorità reale, ma il suo tentativo venne relativamente circoscritto dalla Magna Carta. Egli generalmente agì sotto le limitazioni imposte dalle clausole che impedivano alla Corona di intervenire contro i baroni al di fuori di un regolare processo, comprese le sanzioni pecuniarie e le espropriazioni che erano state, invece, frequenti con suo padre Giovanni.

Nonostante le varie disposizioni l'amministrazione della giustizia appariva incoerente e guidata perlopiù dalle esigenze immediate della politica: talvolta venivano affrontate le legittime denunce baronali mentre, in altre occasioni, lo stesso problema poteva venire semplicemente ignorato. Le corti reali che giravano il Paese per amministrare la giustizia a livello locale erano dotate di poca forza, circostanza che consentiva ai baroni più forti di dominare il sistema giudiziario locale. Il sistema giudiziario di Enrico divenne così lassista e incurante, con una conseguente riduzione del potere reale nelle province e, in ultima analisi, il crollo della sua autorità a corte.

Nel 1258 un gruppo di baroni prese il potere grazie a un colpo di Stato, citando la necessità di applicare rigorosamente la Magna Carta e la Carta della Foresta, dando vita a un nuovo governo baronale che promuovesse riforme attraverso le disposizioni di Oxford. I baroni ribelli non si trovavano in una condizione militare sufficientemente florida da conseguire una vittoria decisiva e così, tra il 1263 e il 1264, fecero appello al re Luigi IX di Francia perché facesse da arbitro sulle loro proposte riformiste. Gli aristocratici basarono le loro richieste sui termini della Magna Carta, sostenendo che fosse una fonte inviolabile del diritto inglese e che il re fosse andato contro i suoi dettami.

Con il dit d'Amiens il re transalpino si schierò fermamente in favore della monarchia, con il risultato che l'arbitrato francese non riuscì a raggiungere la pace con i ribelli che, per tutta risposta, rifiutarono di accettare il verdetto. L'Inghilterra sprofondò nella seconda guerra dei baroni, alla fine vinta dal figlio di Enrico, il principe Edoardo I. Anche quest'ultimo invocò la Magna Carta nel giustificare la sua causa, sostenendo che i riformatori stessi avessero agito in contrasto con essa. In seguito alla sconfitta dei baroni, nel 1267, Enrico, con un gesto conciliante, emise lo Statuto di Marlborough, che comprendeva un nuovo impegno a rispettare i termini della Magna Carta. 


1 – il Panzerban

Mai in preda al panico e sempre lucido nel suo estremismo, Joseph Goebbels non smise di predicare la dottrina del nazismo. A qualsiasi costo, sino alla morte sua e del regime. Anche negando la realtà, distorcendola, incitando all'inutile martirio i suoi stessi concittadini, travolgendoli di menzogne. Ovviamente a mezzo stampa, il suo pezzo forte, il suo drammatico capolavoro, essendo riuscito a ridurre tutti i giornali tedeschi a «pianoforte del Terzo Reich». Tra il 22 e il n' aprile del 1945, con l'Armata Rossa che stringeva fino ad annientare Berlino, Adolf e Goebbels, nel loro tentativo di rendere comunque immortale la loro creatura, non rinunciarono alla propaganda. Ma dell'orchestra che aveva sostenuto la dittatura fino al crepuscolo non restava più da suonare altro che veleno e - si direbbe oggi - fake news. A Berlino, per di più, potevano contare soltanto su un ultimo precario giornale: il Panzerbär. Quattro pagine per otto uscite, in formato ridotto, usando una tipografia di fortuna, con una sola rotativa, e allestendo la redazione nel bunker sotto la Cancelleria cannoneggiata. Il logo (e nome della testata) era un orso corazzato, con la vanga e il panzerfaust tra le zampe: incitava i berlinesi a combattere fino all'ultimo secondo, perché la vittoria era vicina, così scrivevano i nazisti. Perché i rinforzi stavano arrivando e perché gli occidentali avrebbero presto cambiato le alleanze. A questo quotidiano è dedicato La propaganda nell'abisso, scritto da Giovanni Mari per Lindau.

Goebbels si dedicò a quel progetto nell'asfissiante ridotto hitleriano, dettando i suoi articoli, dando ordini redazionali, intimando ai generali e a un manipolo di intellettuali, nonché ai soldati-giornalisti rimasti in piedi, di scrivere commenti e rapporti. Il Panzerbär fu distribuito tra le macerie da ragazzini in bicicletta, praticamente, qualche volta gettato da piccoli alianti sulle truppe rimaste isolate. Sulla prima pagina, mutuando il detto scolastico tedesco, c'era l'invito, stampato sulla testata, a leggere ed usare» ad altri.

Una decina di articoli ripeteva ossessivamente - come Goebbels aveva insegnato - che «dietro all'ultimo dispiegamento massiccio di carri armati sovietici si nasconde un enorme abisso». Un editoriale, non firmato e quindi da attribuire direttamente al ministro della Propaganda, recitava: «Se riuscissimo, con l'ultima forza a nostra disposizione, a sfondare questa dura crosta, allora questa spinta andrebbe senza resistenze avanti fino al cuore del nostro nemico mortale». Non c'era nulla di vero. Ma questo era il teorema, studiato ad arte per ipnotizzare la popolazione nonostante la lucida previsione di sconfitta. E diventa paradossale, su quelle stesse pagine, quando i nazisti devono dar atto anche della distribuzione di provviste, smentendo nei fatti la bugia dei magazzini pieni riportata nei titoli. Il quotidiano riferiva come l'ufficio provviste avesse «destinato a ciascuna famiglia 250 grammi di carne, un etto di grassi, un quarto di chilo di zucchero» e ‹‹proposto una possibile permuta tra una lattina di verdure e una scatoletta di pesce». Il Reich dei i.000 anni era ridotto a questo trasandato mercato della povertà, della fame, messo a rischio da crolli continui, cannoneggiamenti e suicidi. Ma tutto era imbellettato con la promessa di un imminente cambio della scena, grazie a miracolosi interventi strategici del Führer. Il Panzerbär riportava ogni giorno il bugiardo bollettino di guerra diramato dalla Wehrmacht e vidimato dagli uomini del ministero; ospitava feroci editoriali dei pochi gerarchi del Terzo Reich rimasti in vita o rimasti fedeli a Hitler, spiegava le fantomatiche ricostruzioni politiche di Goebbels sui motivi della guerra e sulla sua evoluzione futura, diffondeva la minaccia che ancora aveva la forza di farsi quotidianamente più aggressiva di Hitler: «Chi tradisce deve essere ucciso». E raccontava anche le storie del fronte, un fronte cittadino, esaltando singole disperate azioni di presunti eroi immediatamente diventati martiri, elogiando le donne che combattono al fianco degli uomini, innalzando a paladini i poveri ragazzini scagliati contro i carri armati sovietici.

Il Panzerbär, il solo foglio che circolava sotto le bombe di Berlino, era la summa della propaganda totalitaria di guerra, intrisa di incommensurabili bugie e di opprimente violenza.

Invogliava senza perifrasi i civili a scendere in strada, con poche granate e tra barricate improvvisate contro gli obici avversari, di fatto condannando a morte una popolazione senza più speranza; così come senza speranza era la cricca nazista, che infatti già aveva organizzato un suicidio di massa. Mari, giornalista del Secolo XIX, ha ricostruito l'intera vicenda del Panzerbär, dopo averne constatato una totale assenza di letteratura (salvo sporadiche citazioni nei manuali di storia del giornalismo berlinese in lingua tedesca, per altro non rigorose nella datazione delle uscite del giornale). «La propaganda nell'abisso» dimostra l'effettiva direzione editoriale di Goebbels, come del resto emerse da alcuni interrogatori; citando le persone e i soldati che contribuirono alla sua realizzazione, descrivendo l'opera giornalistica e tipografica, ricostruendo l'utilizzo di due diverse «sedi» operative e descrivendo il sequestro dell'ultimo numero da parte dell'Armata Rossa. Nel libro è raccolta e riprodotta l'intera produzione del Panzerbär, grazie al la consultazione di remoti archivi di Stato a Berlino e alla documentazione dell'Istituto tedesco per il marxismo e il leninismo dell'ex Ddr. C'è anche il numero uno, solo fotografato, sparito dai radar dagli studiosi del nazismo e non considerato dagli storici del giornalismo. Dopo una breve panoramica sul modello di propaganda deviata praticata dal Panzerbär, Aii3eei confronta la realtà storica degli avvenimenti bellici, politici e personali nella Berlino assediata e la finzione giornalistica del quotidiano. Un capitolo per ogni giorno dal 22 al 29 aprile, con la ricostruzione sincera della bata taglia e la traduzione criminale e paranoica del Panzerbär. Un parallelo tra realtà e propaganda da cui emerge la portata mistificatoria degli ultimi giorni del Terzo Reich, con Goebbels, il ministro imperiale diventato Difensore di Berlino, impegnato n prima persona nella costruzione (li un colossale e criminale sdoppiamento della storia, D'alLza idFtC G()CriglaS iraTCVa giurato a Hitler che avrebbe «costretto ogni singolo abitante di Berlino, uomo o donna che fosse, a battersi all'ultimo sangue per guadagnare le ore e i giorni che servivano per l'arrivo dell'armata di Wenck». Un'armata fantomatica, già paralizzata, annientata o in ritirata nel momento stesso in cui venivano scandite quelle parole. Sono tradotti e analizzati gli articoli più importanti e gli editoriali più pesanti, l'intera narrazione dell'ultima settimana di guerra, costata 100.e00 vittime nella sola battaglia di Berlino. Si riconosce la fanatica mano di Goebbels, agitatore e sostenitore fino all'ultimo della guerra totale. Una serie di ricostruzioni che, una notte, in una drammatica riunione nel bunker; convinsero Il generale Helmut Wehilling ad attaccare il ministro della Propaganda: «La situazione è disperata. Purtroppo, questo valore viene eccitato da speranze che non sono più realizzabili. Si tratta di un commentario, il Panzerbär. Ciò che è detto là, è semplicemente una menzogna». Così Berlino diventa l'istrice a difesa dell'Europa, contro i «cagnacci bastardi» che la assediano, forti solo in gruppo ma già pronti a scannarsi per il boccone prelibato. Nella sua stralunata visione della storia, Goebbels firmò il suo estremo editoriale: «Fino all'ultimo respiro». E dice: «A Berlino tra le macerie fumanti della capitale del Reich si decide il destino del.- l'Europa e da questo, tu, camerata, non puoi separare il tuo. Pensa a questo, stringi i denti, resisti, sempre fedele al tuo giuramento e alla responsabilità che hai nei confronti dei tuoi successori, di tua madre, tua moglie e dei tuoi figli. La sentenza del destino è davanti a te, non puoi sottrarti e neanche rinviare la sua esecuzione». Fino a sovverte la Storia, fino a sostenere che la guerra era stata voluta dalla congiura bolscevica ed ebraica.

Questo ultimo respiro restò sospeso nell'aria insalubre di Berlino, resa densa dal fumo delle macerie. Quando viene distribuita, l'edizione del 29 aprile venne abbandonata e requisita dai sovietici, ormai pronti ad agganciare i loro artigli al Reichstag.


3 – la socialtografia politica

Monza, si scaldano i motori verso la campagna elettorale per le elezioni amministrative 2027: da qualche mese si notano foto, post, commenti ed una certa generale presenza maggiore sui social network da parte di attuali consiglieri ed amministratori in carica; una marcia di avvicinamento alle ingenti quantità di contenuti che si vedranno nella socialità digitale ed in quella reale man mano che ci si avvicinerà al momento del voto.

Un fenomeno, quello della comunicazione politica che vede le reti sociali, essere diventate il pivot degli indici di consenso “pre-urna” che fino qualche anno fa era di attenzione minore od inesistente, almeno per le generazioni politiche antecedenti: la peculiarità bidirezionale della comunicazione social trova la sua essenza del “botta e risposta” che profuma di contatto reale tra i soggetti coinvolti, quasi come se si fosse ad un comizio, dando vita ad un dibattito potenzialmente perpetuo.

Studi di sociologia dimostrano come il dialogo virtuale sia il trampolino di lancio per ogni relazione reale: lo scambio di commenti e contenuti nel “mondo a bit” rompe il ghiaccio per le relezioni real-life dove la prima opinione, idea, accezione e para-valutazione di chi si ha di fronte è avvenuta al riparo di uno schermo e senza quell'imbarazzo di un disimpegno poco gradevole quando di è di fronte ad un the o ad una pietanza in un ristorante; esiste, quindi, un punto chiave nella lettura delle relazioni on-line e, quindi, della comunicazione politica via social network: l'identità del profilo, o meglio, la creazione di sfumature della propria persona attraverso la scelta di un linguaggio, di alcune fotografie e dei contenuti promulgati.

Tutto ciò che postiamo sui nostri profili social concorre alla creazione, strutturazione e ristrutturazione della propria identità proposta. Il quesito per chi sta dall'altra parte dello schermo è: quanto questa è aderente alla realtà?

In ambito politico, quindi, negli ultimi anni, il ruolo dei social media nella comunicazione politica è sempre più rilevante. Piattaforme come Twitter, Facebook, Instagram, TikTok hanno trasformato il panorama della comunicazione politica, diventando strumenti cruciali per i personaggi politici.

Ma in che modo la comunicazione politica si è adattata a questa nuova realtà digitale e come vengono usati i social per influenzare l’opinione pubblica?

Grazie a questi strumenti, i politici possono raggiungere i loro elettori in tempo reale, rispondere a critiche o domande, e costruire la propria immagine pubblica in modo più immediato e personale: tutto ciò, rima dell’avvento delle piattaforme social, faceva affidamento a discorsi ufficiali, interviste e conferenze stampa; quindi, i social media offrono ai politici una piattaforma per costruire un’immagine più personale e vicina al pubblico: a differenza di un discorso in Parlamento o un’intervista televisiva, i post su Instagram, Twitter o TikTok permettono ai politici di mostrare il loro lato umano, interagire con i cittadini in modo informale e condividere momenti della loro vita quotidiana. Il fatto che questi contenuti siano visti come più “umani” e spontanei, è in grado di suscitare empatia e consolidare il legame tra i politici e i loro elettori; sembra sia gradito dal pubblico social, il fatto che molti leader politici utilizzino i social per mettere in mostra la loro famiglia, partecipare a eventi pubblici o rispondere a situazioni di attualità, creando così un’immagine di “vicinanza” che tradizionalmente non sarebbe stata possibile tramite i media tradizionali.

In continuità con una comunicazione più ampia rispetto all'istituzionalità politica, ciò che viene propinato attraverso le reti sociali, ha un impatto profondo ed ampio sulla formazione dell’opinione pubblica, non solo in quanto a valutazione della persona e non solo del politico ma anche in quanto l’informazione viene consumata in tempo reale facendo così delle piattaforme digitali sono spesso il primo luogo in cui le persone si informano, commentano e discutono su temi politici.

Il rovescio della medaglia è conosciuto come: fake news: la diffusione di false notizie e/o di narrazioni furbe e distorcenti la realtà “nuda e cruda”: ancor più pericolosa è la rapidità con cui la notizia falsa viene diffusa, che paradossalmente, di fronte ad un popolo di assetati di potere, è molto più rapida della velocità con cui si diffonde una notizia vera e positiva; da qui si desume il carattere di perentorietà che gli apparati di comunicazione dei partiti politici devono avere nello smorzare efficacemente le polemiche frutto di populismi e qualunquismi, a volte creati ad arte dagli avversari politici, i quali sfruttano la mancanza di reale verificabilità della trasposizione del profilo di un utente da quanto dichiarato sulla piattaforma social e la persona reale che siede di fronte alla tastiera.

Il quesito è: come conciliare la tutela di un’informazione corretta, pulita e autentica, contro il rischio di lesioni alla sicurezza e alla privacy dei cittadini, come nei periodi di campagna elettorale in cui sembra ci si esponga di più al rischio di discutibili manovre di comunicazione?

Le dinamiche della comunicazione politica, da sempre complesse per il rilevante impatto che generano sul processo di proselitismo degli elettori in grado di orientare l’opinione pubblica nell’esercizio del diritto di voto, diventano sempre più complesse con l’avvento di Internet e dei social media.

Per tale ragione diventa interessante analizzare il quadro regolatorio vigente, focalizzandone le implicazioni legate all’utilizzo dei social in campagna elettorale che in occasione delle ultime elezioni amministrative svolte per il rinnovo degli organi politici a livello comunale, conferma la centralità del tema, da cui si evince, tra l’altro, l’esigenza di rispettare la par condicio comunicativa durante il periodo della competizione elettorale: i tratti peculiari della questione, dal punto di vista di un inquadramento teorico del problema, riflettono l’esistenza di un fenomeno di per sé non nuovo, ma risalente a dinamiche configurabili a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, quando, anche in seguito al declino dei grandi partiti di massa, le campagne elettorali hanno assunto i tratti della “personalizzazione leaderistica” concentrata sul candidato “in pectore”, designato come appunto riferimento della coalizione che rappresenta. Per effetto del “social campaigning” trainato da Obama nel 2008, iniziano ad affiorare le enormi potenzialità di mobilitazione di Internet, ove la micropersonalizzazione delle campagne elettorali trova un mezzo potentissimo di propagazione negli smartphone che consentono di raggiungere gli elettori in ogni momento della giornata.

Tuttavia, per avere successo, la comunicazione del leader, oltre che veloce, deve essere martellante nella misura in cui i candidati sanno bene che, se da un lato, hanno a disposizione potenti mezzi per entrare in una relazione, anche emotiva, con il cittadino, dall’altro, sono poi costretti a rinforzare continuamente questo legame che correrebbe, altrimenti, il rischio di affievolirsi.
Infatti, oltre a produrre un flusso comunicativo più ampio e ramificato dei media tradizionali, i social assicurano anche un’efficace funzione di engagement dei cittadini, soprattutto quando incorporano video e immagini: quindi il leader oggi, più che convincere, deve piacere, capovolgendo quel paradigma della teoria economica della democrazia secondo cui il consenso deriva, come sul mercato, dalla capacità di soddisfare l’utilità marginale del cittadino/consumatore.

Oggi, infatti, il consenso si alimenta con la capacità di intrattenimento nel rapporto micropersonale tra politici e cittadini e, invece, di elaborare credibili programmi di contenuti, ai cittadini vengono presentati messaggio a presa rapida, concentrati esclusivamente sulla potenzialità emotiva che spesso si allontana, quasi inevitabilmente, da qualsivoglia esigenza di approfondimento: la necessità, quindi, che alla comunicazione si accompagni la velocità del messaggio contenuto tende a creare spazi vuoti in termini di regole normative ed etica comportamentale.

Il tema che determina il vuoto legislativo in merito a delle regole afferenti esclusivamente alle piattaforme social è dovuto proprio alla zona d'ombra che si palesa tra la comunicazione istituzionale e la comunicazione politica del nuovo millennio, che, come decantato, avviene principalmente sui social network: non sarebbe giunto il momento, per il Legislatore, di esprimere una visione e una reale presa di posizione, in modo meno frammentato e decisamente più incisivo, finalizzata a disciplinare definitivamente la comunicazione politica sulle piattaforme sociali alla luce delle attuali implicazioni riscontrabili nella concreta prassi?

A maggior ragione, se si considera che la penetrazione dei social media nei consumi mediali dei cittadini e la loro rapida adozione anche in ambito pubblico non esprime necessariamente solo proiezioni positive. Non a caso, già negli ultimi anni, sono state messe in luce alcune discutibili pratiche: dal fenomeno della polarizzazione dell’opinione pubblica negli spazi virtuali in grado di favorire la diffusione di informazioni fuorvianti su temi di interesse generale, o l’uso retorico delle stesse piattaforme finalizzate esclusivamente ad aumentare la visibilità online di amministratori, politici e personalità influenti, fino a problematiche ancora più rilevanti, come l’uso dei dati da parte di piattaforme private che si strutturano su modelli di business incentrati sulla vendita pubblicitaria e connessa ai processi di targeting e datificazione delle informazioni legati all’interazione tra pubbliche amministrazioni e cittadini (il caso Cambridge Analytica, ad esempio, ha portato alla ribalta proprio la gestione opaca dei dati degli utenti usati per scopi di propaganda politica).

Come conciliare, quindi, la tutela di un’informazione corretta, pulita e autentica, contro il rischio di lesioni alla sicurezza e alla privacy dei cittadini, come nei periodi di campagna elettorale in cui sembra ci si esponga di più al rischio di tali discutibili manovre? Anche perché, come è noto, la comunicazione “social” del settore pubblico è fortemente influenzata dagli algoritmi, ovvero “procedure codificate dalle aziende tecnologiche che tendono a trasformare alcun input lasciati dagli utenti nelle piattaforme in output desiderati” (Cfr. A. Lovari, D. Ducci, Comunicazione Pubblica, Istituzioni, pratiche, piattaforme, Mondadori Università), e data la natura proprietaria degli algoritmi, le pubbliche amministrazioni non sono a conoscenza delle istruzioni tecniche con cui questi ultimi sono codificati, poiché sono istruiti da attori privati che mirano a massimizzare il proprio business.

Sul piano pratico, ciò significa semplicemente che senza specifici investimenti pubblicitari, alcuni utenti potrebbero visualizzare i contenuti degli account istituzionali, altri potrebbero farlo in parte e altri potrebbero addirittura ignorarne i contenuti e questo perché, gli algoritmi, non svolgono solamente una funzione di filtraggio, ma anche di personalizzazione dell’informazione, con la conseguente alterazione, tra l’altro, dei regolari processi elettorali da cui dipende il corretto funzionamento delle istituzioni democratiche rappresentative.

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