Martedì sera, ore 20:15.
Sono sul divano col mio cane Peter a guardare la mia serie preferita, è stata una giornata di merda, non vedevo l’ora che arrivasse questo momento: vorrei che la vita si bloccasse così, sul mio divano a guardare "The Offer" dimenticandomi di tutto.
E invece no. Perché ho promesso a mia mamma e a mia figlia Emma che sarei andata con loro all'incontro di "Letture in circolo" che nonna Patti organizza con i suoi amici del PD di Monza in una libreria di S.Biagio.
Io lo so che è una cosa molto bella. E le ultime volte che le ho accompagnate sono stata felice di essere andata. Ma è il 2 dicembre. Sto lavorando anche il sabato e la domenica. Fuori fa freddo. E io potrei dare un rene, giuro, piuttosto che uscire con questo freddo e con la stanchezza che mi sento ovunque.
Medito anche di improvvisare un finto malore, un mal di testa lancinante. Ma io sono stata cresciuta all’oratorio, e anche se non vado a messa di mia spontanea volontà da quando ho 18 anni, quella cosa che si chiama senso di colpa me la porterò con me fino alla tomba; quindi so che devo andare, non ho alternative plausibili. Perché a noi, qua in Italia, il senso di colpa ce lo regalano al primo giorno di catechismo e poi non te lo stacchi più manco se piangi in ginocchio.
Comunque, non divaghiamo.
Salgo sulla Panda e raccatto vari pezzi della famiglia sparsi per il quartiere. Figlia, mamma, papà e mi dirigo verso la libreria di Virginia & co.
Il libro di cui si parlerà non l’ho letto. Il tema è l’Africa.
Mia mamma cerca di riassumermi 300 pagine lungo il breve tragitto con l’ottimismo di quando mi spiegava la perifrastica passiva mentre mi lavavo i denti al liceo e non avevo studiato, ma io, come allora, l'ascolto distrattamente mentre cerco di disappannare i vetri della maledetta Fiat.
Nonna Patti, intanto, passa a tessere le lodi dell’ospite della serata. Evelyne, una ragazza africana che darà la sua testimonianza.
Mi dice che è una forte, che mi piacerà. Ma io sto pensando al parcheggio e intanto penso che magari, faccio in tempo a finire la mia serie se finiamo per 22:30. Spero.
Arriviamo e si inizia. Bello dai. Evelyne ci racconta che viene dal Congo e ci spiega cose della storia dell’Africa che io ovviamente non sapevo. Molto interessante. Ho fatto bene a venire, ora so cose che non conoscevo, brava Chiara. Bravi tutti.
Sono le 22:30. Siamo alla fine. Ci sono ancora domande? Eh sì, la signora Pierina ha una domanda. E io penso che mi piace questa signora, fa sempre domande dirette ed intelligenti, anche se, a quest'ora, speravo di tornarmene a casa.
Ma vabbè, dai, sentiamo l’ultima domanda e poi ce ne andiamo.
“La domanda è semplice: Evelyne, come sei arrivata in Italia?”
Evelyne sorride. Ci guarda, fa un respiro.
Inizia a raccontare una storia che io pensavo di poter immaginare e invece non avrei mai immaginato. Una roba che neanche nel film di fantasia più fantasioso o gli sceneggiatori di Steven Spielberg avrebbero potuto raccontare, perché sembra più assurda delle storie di Indiana Jones.
Evelyne inizia a dirci che ha lasciato casa sua a 21 anni con i suoi amici per cercare oro (oro!?) da commerciare, poi del pepe nero, poi delle arachidi. Giuro. Delle arachidi.
Evelyne parla e la osserviamo mentre sorride raccontando le sue disavventure. È molto bella. È elegante anche. Parla un italiano molto forbito. Fa riferimenti a filosofi e storici africani. Fa parallelismi tra periodi storici. Dice che sa parlare bene l’italiano perché in Congo ha fatto il liceo classico e ha studiato il latino. E io penso che pure io ho studiato il latino al classico, ma questo non mi ha ma aiutato in nulla nella vita pratica. E la mia ammirazione per questa giovane donna cresce e rompe le dighe.
E mentre lei ci racconta di essere stata per settimane su una zattera sul fiume Congo senza saper nuotare, di essersi imbattuta in guerriglieri nel Ciad a cui ha visto mozzare la testa a uomini davanti ai suoi occhi, di aver attraversato il deserto senza acqua dovendo bere la propria pipì finché di pipì non ne aveva più e le si è seccata la saliva, di aver attraversato un fiume pieno di coccodrilli, di aver dovuto suo malgrado lasciare la Libia perché c'erano ormai solo bombe e guerra e non le era più possibile tornare in Congo, di aver poi attraversato il mare su una barca per due giorni in mezzo a centinaia di persone senza avere lo spazio per stendere le gambe e che a un certo punto su quella barca è svenuta e si è risvegliata a Lampedusa dove uomini e donne bianchi, che le hanno sempre dipinto come persone di cui avere timore, le hanno dato conforto, le hanno fatto fare una doccia e le hanno dato dei vestiti puliti. E lei in quel momento, dopo tutto quello che aveva vissuto si è sentita finalmente rinascere. Ha detto proprio così: "sotto quella doccia sono nata una seconda volta, qui, in Italia".
Sono le 23:30. Io non so con che parole spiegare anche io mi sento nata una seconda volta insieme a lei. Sento un amore profondo per questa persona che ha vissuto tutte queste cose quando aveva circa l’età di mia figlia. E ora è qui, sorridente, e le racconta a me, proprio a me.
Le stringo la mano e la ringrazio. Vorrei dirle un mondo di cose ma ormai è tardi. Mentre torno a casa ripenso a quei coccodrilli, al deserto, alle teste mozzate e poi ripenso che la Chiara che era seduta sul divano prima di uscire mai avrebbe pensato che avrebbe incontrato una storia che le avrebbe riassegnato l’ordine degli organi interni, l’ordine dei pensieri e delle paure, ma soprattutto, il senso della parola coraggio e della parola impossibile.
Ci sono diverse strade per chiudere questo mio sproloquio, perché io ieri sera ho imparato tante cose che non sapevo di aver ancora il bisogno di sapere.
Per i pochi miei fedelissimi che sono arrivati fino a qui ci tengo a condividere però la cosa a mio avviso più importante.
A volte bisogna alzare il culo dal divano e uscire.

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