
È la prima riflessione nel lunghissimo tragitto in treno attraverso l’Ucraina. Sono le stesse nuvole. Ma le guardiamo con occhi diversi.
Gli occhi di chi vive in Pace. Gli occhi di chi ha visto e vede la Guerra.
Arriviamo a Kyiv ed è subito allarme aereo per un attacco di droni. Ci si rifugia nelle stazioni della metropolitana. Ci sono tante persone sedute su seggiole portate da casa.
Mentre noi facciamo l’appello ci osservano seduti una famiglia con un cane bellissimo e una coppia di anziani con dei fiori, a cui chiedo se possa far loro una foto. Loro si imbarazzano, si fanno fare la foto e poi la signora scoppia in lacrime, ringraziandoci perché con la nostra presenza le diamo speranza e non si sentono dimenticati. È il primo contatto con quel che significa creare legami. Legami di Pace.
Nella giornata internazionale della nonviolenza, è particolarmente emozionante essere arrivati a Kyiv e incontrare Alyona Horova, Presidente dell'Istituto per la Pace e la Comprensione, e Rustana Havrylyuk, Presidente del Centro di Mediazione della Bucovina. Ragionare proprio qui con loro, a guerra in corso, di Giustizia riparativa.
La Missione è proprio questa: costruire un dialogo per le comunità, lavorare con le persone per la risoluzione dei conflitti, creare lavoro nei territori del fronte, opportunità per gli sfollati dei territori occupati, sostegno psicologico, dare vita a una scuola di Pace.
Perché il dramma più grande sono le generazioni perse. Quelle sottoterra al cimitero, enormi cimiteri con ragazzi della mia età e più piccoli. E quelle vive, anche loro sottoterra, a cercare comunque di andare a scuola tra un allarme aereo e l’altro.
Andare a scuola nella guerra, respirare la guerra.
Noi non sappiamo cosa sia la guerra.
Siamo qui anche per questo. Per far sì che non sia qualcosa di teorico, lontano, asettico, qualcosa che appare in televisione o sui social.
Ci spostiamo a Kharkiv, a trenta chilometri dal confine con la Russia. La città porta i segni delle bombe. Sono tanti gli edifici distrutti. E la nostra prima notte l’allarme suona due volte, costringendoci a rifugiarci nel bunker antiaereo.
A noi capiterà oggi. A loro capita ogni giorno.
A Kharkiv incontriamo la società civile, gli amministratori e le amministratrici locali, chi presta soccorsi sul fronte. Portiamo solidarietà e speranze di Pace. Visitiamo il cimitero e posiamo ciascuno un fiore su una bara. Ho scelto la bara di un ragazzo nato nel 1995, come me, e morto nel 2025. Sarei potuta essere io.
Al pomeriggio abbiamo un incontro nell’edificio del consiglio regionale di Kharkiv con le istituzioni: sindaci e consiglieri regionali. Immaginiamo insieme momenti di pace, soprattutto per i bambini, e di ricostruzione. Anche per questi incontri siamo sottoterra, perché è più sicuro così.
A Kharkiv e in tutta la regione hanno costruito scuole, ambulatori e altri servizi di prima necessità sottoterra. Si vive sottoterra. Ci sono 1 milione di persone in meno dall’inizio del conflitto. E ci vorranno 300 anni per togliere tutte le mine antiuomo disseminate nei campi, in un Paese in cui il settore economico primario è l’agricoltura, la cura della terra.
In serata ci spostiamo alla Filarmonica di Kharkiv. Aperta appositamente per noi. Ospita uno degli organi più grandi al mondo. Ci dedicano un bellissimo concerto. Ed emerge il tema dei lavoratori della cultura, musicisti, artisti che non riescono a lavorare e quindi a sopravvivere. Perché la cultura è il primo settore che si ferma durante la guerra.
Mi colpisce il sindaco di una città, giovanissimo, che appena eletto ha dovuto affrontare il dramma di questo conflitto. Condividiamo le preoccupazioni, le ansie che abbiamo come amministratori e parliamo di quanto è bella l’Europa. Dobbiamo proteggerla. Noi italiani siamo fortunati a essere uno dei Paesi che la hanno fondata e viviamo in pace. Ce lo ricorda lui. Noi troppo spesso invece lo dimentichiamo.
Vivere in guerra vuol dire vivere con l’angoscia di non sapere se passerai la notte in un rifugio o a casa. Se la tua casa ci sarà ancora tra un’ora o quando uscirai.
In un paese in guerra non ci sono soldi e molti perdono il posto di lavoro.
Ci pensiamo troppo poco.
Parto da Kharkiv e porto con me i volti, le storie. Persone come me, ma che sono nate in un posto diverso e solo per questo vivono la sofferenza che stanno vivendo.
Torniamo a Kyiv. Kyiv è bellissima. Dal treno ci appaiono la statua gigante di una guerriera che svetta sulla città e le chiese dalle cupole dorate. La cattedrale di San Michele è una delle più belle che abbia mai visto. Spero che questa bellezza, insieme alla bellezza dei volti che ho incrociato, possa un giorno tornare a essere conosciuta da tutti.
Nella ultima notte in treno incontriamo la guerra dove meno l’attendevamo. Lontano dal fronte. Appena fuori da Leopoli. Quasi in Polonia. Quasi nella nostra Europa.
Il treno si ferma nel nulla. Si sentono le bombe vicino a noi. Gli spari dell’artiglieria. Si vedono i bagliori delle esplosioni. Ci dicono di prepararci a scendere e a scappare. Vedo il terrore nel volto della capotreno. Quando tutto finisce e torna la connessione telefonica leggiamo che in quel treno abbiamo vissuto l’attacco aereo più massiccio che la Russia ha effettuato sull’Ucraina dall’inizio del conflitto. 496 droni e 53 missili. Sono morte cinque persone. Noi anche questa volta invece siamo tra i fortunati. Spaventati. Però noi torniamo a casa. Sono loro a rimanere.
Ecco dove sono, cosa sono i confini. Qui sono presenti i confini. Li vedi.
Alla frontiera ci sono due file: europei e ucraini. Persone in fila. Famiglie con bambini piccoli che aiutiamo a portare i bagagli, tantissime valigie, pezzi di vita che stanno lasciando e che sperano di ricostruire in Europa. Noi abbiamo il lusso del bagaglio a mano, anche per i sentimenti. Ci sono molte persone anziane, uomini che piangono guardando forse per l’ultima volta il loro Paese. Le loro case che non ci sono più. Si sente pesantemente l’ingiustizia. Avere un passaporto piuttosto che un altro fa la differenza tra la vita e la morte.
All’andata come al ritorno sul treno veniamo perquisiti dai militari che salgono a bordo e scandagliano la tua vita e quello che porti con te oltre confine. Ne senti il peso.
Sul treno del ritorno un militare giovanissimo mi dice che deve controllare il mio taccuino per gli appunti. Non so cosa possa aver capito. Però lo ha guardato. A lungo. Quanto è preziosa la libertà che troppo spesso diamo per scontata. E quanto è facile perderla.
Cercano bombe nelle borse abbandonate, armi, tracce del nemico, che può essere ovunque. Anche questa è la guerra.
Siamo venuti qui per provare davvero a comprendere quello che sta succedendo. Per essere speranza con la nostra presenza, con il nostro corpo. Per attivare una geopolitica delle città che provi a mettere in campo azioni di pace. E per promuovere quei corpi civili di pace che Alex Langer aveva immaginato.
Per mettere in connessione il pensiero e la parola con le azioni. Metterci del nostro: tempo, fatica, energie. Per non essere indifferenti.

Di fronte a molti che normalizzano i conflitti armati come necessari, il Partito Democratico ha il dovere morale di essere in prima linea in questo impegno.
Se avrai modo di pubblicarlo, leggeremo con interesse anche un resoconto dei vostri incontri con gli attivisti ucraini che si impegnano per la pace.
Non deve mai venir meno la speranza della pace e l'impegno personale secondo le possibilità di ciascuno.
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