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fiocco giallo0 – origine e significato:

I simboli sono messaggi potenti comunicati all'esterno di un IO che, singolarmente, si ritiene impotente di fronte a situazioni di vario tipo: si tenta allora di dare un segnale all'esterno cercando di ricevere solidarietà dalla società di appartenenza facendo leva sul senso della comunità ed al sostegno reciproco; il fiocco giallo ne è un esempio atto a “dire al mondo” che si attende il ritorno a casa di un proprio caro da un viaggio o una situazione pericolosa.

I primi esempi sarebbero stati rinvenuti a Pompei in quanto usanza: legare un nastro giallo intorno ad un albero per simboleggiare l'attesa di un amore partito, risale ai tempi di Nerone; c'è addirittura un affresco in una villa pompeiana che rappresenta un uomo in piedi vicino ad un albero intorno al quale è avvolto un nastro giallo. Lo riporta un documentario sulla città romana sepolta dall'eruzione del Vesuvio del 79 d.C, uscito nel 2011.

Arrivando ai giorni nostri Il nastro giallo, o yellow ribbon, è un simbolo di sostegno ai soldati americani impegnati in missioni all'estero, diffuso soprattutto durante le guerre in Iraq e Afghanistan: questo simbolo richiama un'antica canzone popolare americana, "Round Her Neck She Wears a Yeller Ribbon", che parla di una donna che indossa un nastro giallo in attesa del ritorno del suo amato soldato.

Un nastro giallo fu sventolato nel 1979 da Penne Laingen quando suo marito, il diplomatico statunitense Bruce, era tenuto prigioniero durante la crisi degli ostaggi in Iran; questo episodio è da annoverare trai numerosi che durante la suddetta crisi fu utilizzati come simbolo di sostegno per gli ostaggi trattenuti nell'ambasciata USA a Teheran e simboleggiava,  inoltre, la determinazione del popolo americano ad ottenere il rilascio degli ostaggi sani e salvi, mostrato con grande risalto nelle celebrazioni per il loro ritorno a casa nel gennaio 1981. Conobbe una rinnovata popolarità negli Stati Uniti durante la Guerra del Golfo nei primi anni 1990. Apparve insieme allo slogan "Sostieni le nostre truppe" (Support our troops), sotto forma di nastri gialli legati agli alberi, ed in innumerevoli altri contesti.

In conclusione, il nastro o fiocco giallo, esposto sulla porta d'ingresso di una casa, è testimonianza solidarietà e sostegno alle forze armate, simboleggiando la speranza per un ritorno sicuro a casa di cui, nella casa dove è esposto, abita un soldato partito per una missione.


1 - In quanti conflitti sono impegnati?

Attualmente, gli Stati Uniti sono coinvolti in diverse situazioni conflittuali, sia a livello internazionale che interno. A livello globale, gli USA sono presenti in conflitti come la guerra in Yemen e nel Mar Rosso contro gli Houthi, oltre a mantenere un forte impegno nella lotta al terrorismo e nella guerra in Ucraina e Siria. Internamente, si registrano tensioni e proteste, come quelle contro Trump e quelle pro-Palestina, che hanno interessato diverse città e stati.

Ecco un'analisi più dettagliata dei principali conflitti:

Yemen e Mar Rosso:
Gli Stati Uniti sono attivamente impegnati in operazioni militari contro gli Houthi, un gruppo armato
yemenita, nel contesto della guerra civile e del più ampio conflitto nel Mar Rosso.

Ucraina:
Gli USA sostengono attivamente l'Ucraina nella sua lotta contro l'invasione russa, fornendo assistenza militare ed economica.

Siria:
Gli Stati Uniti partecipano alla coalizione internazionale che combatte contro lo Stato Islamico (ISIS) in Siria, oltre a sostenere gruppi ribelli in lotta contro il governo siriano.

Guerra al terrorismo:
Gli USA continuano la loro campagna globale contro il terrorismo, con operazioni militari e di intelligence in diverse regioni del mondo, tra cui Africa, Medio Oriente e Asia.


2 – da imperiali ad imperialisti: la primavera americana

Oltre all'impegno estero, internamente, si assiste da tempo a movimenti di protesta che, a partire dall'autunno 2023 esprimono dissenso per l'amministrazione Trump e sostegno alla Palestina.

Di tutta risposta, il Presidente, ha più volte inviato la Guardia Nazionale per contenere e sedare le proteste, la cui scintilla scattò per L’arresto di Brad Lander, candidato democratico a sindaco di New York, dopo quello di Ras Baraka, sindaco di Newark, non sono la punta dell’iceberg delle violente proteste in corso negli Stati Uniti: mostrano invece la svolta autoritaria e la militarizzazione di ciò che resta della democrazia negli Usa. Scrivono i ricercatori del Crowd Counting Consortium, un progetto della Harvard Kennedy School e dell’Università del Connecticut, dedicato all’analisi delle azioni dei movimenti: “In oltre il 99,5% delle proteste di aprile e maggio, non abbiamo registrato feriti, arresti o danni alla proprietà, un dato senza precedenti per un movimento di queste dimensioni e di una tale diffusione geografica. Contrariamente alle affermazioni iperboliche delle autorità che parlano di un movimento disordinato che cerca di seminare il caos, i manifestanti associati al movimento anti-Trump sono stati straordinariamente non violenti nelle loro tattiche...”. Le attuali proteste contro Trump, precedute dall’ottobre del 2023 alla primavera del 2024 dalle manifestazioni pro-Palestina, hanno superato quelle del 2017, e hanno interessato tutti gli stati tanto nelle grandi città che nei piccoli centri.

Mentre a Los Angeles e in altri 2.000 centri in 50 stati le proteste No Kings coinvolgono milioni di cittadini e cittadine statunitensi e la repressione si abbatte con inaudita violenza su di loro, fino al punto di considerare legale l’atto di travolgerli-le con la propria auto nel caso di tentativi di accerchiamento, vale la pena soffermarsi sui caratteri delle dimostrazioni che da mesi attraversano gli Stati Uniti per coglierne continuità e mutamenti.

Le proteste sono state monitorate con precisione dal Crowd Counting Consortium (CCC), un progetto congiunto della Harvard Kennedy School e dell’Università del Connecticut che raccoglie i dati tratti dai media tradizionali e dai social media relativi alle azioni di protesta collettive negli Stati Uniti: marce, scioperi, manifestazioni, rivolte. Nato nel 2017 per iniziativa di Jeremy Pressman e di Erica Chenoweth – esperta dei movimenti di resistenza civile non violenta – con lo scopo di registrare il numero delle partecipanti alla Women’s March di Washington (e alle Sister Marches di tutto il mondo) nel gennaio di quell’anno, il progetto si è esteso a tutte le forme di protesta. I dati raccolti – disponibili online e liberamente scaricabili – registrano il numero e la composizione dei-delle partecipanti, le motivazioni, la durata, le modalità delle proteste, la presenza e il comportamento della polizia. Essi rivelano che le proteste hanno avuto un carattere nonviolento e diffuso, hanno interessato tutti gli stati e si sono svolte tanto nelle grandi città che nei piccoli centri, inclusi quelli rurali. Esse sono state precedute dall’ottobre del 2023 alla primavera del 2024 dalle manifestazioni pro-Palestina. Secondo le rilevazioni del CCC, tra il 7 ottobre 2023 e il 7 giugno 2024 si sono svolte 12.400 azioni in sostegno alla Palestina che hanno coinvolto un milione e mezzo di persone; si è trattato della più vasta ondata di protesta negli Stati Uniti su un tema di carattere internazionale. Dalle richieste presentate da studenti e studentesse in aprile e maggio, quando furono circa 138 i campi istituiti negli spazi delle Università, è emerso che in alcuni casi la questione Israele-Palestina era intesa nel quadro più ampio del ruolo degli Stati Uniti nel militarismo globale. Alcuni caratteri di quelle azioni di protesta, la nonviolenza e la diffusione, si possono riconoscere anche nelle proteste anti-Trump in atto negli ultimi mesi contro la “militarizzazione della democrazia”.


3 – Sindrome da Indopacifico

All'impegno concreto in 4/5 conflitti, si deve sommare la presenza di oltre 500 basi sparse per tutto il pianeta, posizionate e strutturate al fine di contenere la crescita ed una conseguente avanzata dei competitor, ossia, le altre potenze imperialiste come Cina, Iran e la “sempre-rossa” Federazione russa il cui trend economico e politico è in crescita da anni: alla forte presenza sul vecchio continente si deve sommare un'altrettanta preponderante in Sud America, africa e nelle isole che costellano l'indopacifico; è una vera e propria azione di monitoraggio a 360°, ovvero: cosa fanno, cosa diventeranno e come potrebbero danneggiarci.

Sfruttando una dettagliata cartina geografica di Limes (rivista di Geopolitica) che evidenzia in giallo gli Stati ove sono presenti basi militari a stelle e strisce, colpisce immediatamente come ci sia una vera e propria linea di confine tra due mondi:

cartina collana di perle

con una semplice divisione cromatica si nota immediatamente come la presenza di basi americane in Africa ed Europa, nonché in Australia ed in varie isole dell'indopacifico, sia piena testimonianza di una linea di confine tra due mondi; inoltre, I conflitti attualmente in essere, impegnano Zio Joe da circa 30 anni: questo impegno, narrato al mondo come azione di democratizzazione, rispecchia l'intrinseca origine messianica della Federazione americana, espressa già nella Costituzione e propagandata tale da tutti i media nazionali e mondiali compiacenti verso il mondo occidentale ed aventi come riferimento lo stile di vita all'americana.

A prescindere dal grado di realtà della narrazione, dal punto di vista dell'opinione pubblica, lo sforzo bellico si tramuta in un serio sentimento di frustrazione al quale va sommato il diluirsi del “sogno americano” conseguente allo smantellamento dell'industria autoctona in atto dalla metà degli anni '70; si devono sommare poi, un cambiamento dello stile di vita delle ultime generazioni e la diffusione di sostanze stupefacenti (fentanil) percepite – e quindi assunte – a scopo lenitivo della frustrazione e depressione soffocante: al 34% della cittadinanza americana è stata certificata patologicamente la depressione con tanto di terapie farmacologiche e percorsi di recupero psicologici.

Il momento di rottura definitiva della propensione imperiale avente funzione di contrappeso alla crisi economica in politica interna è l'Afghanistan, per due ordini di motivi: il primo è la palese penetrazione nello spazio occidentale da parte di un nemico, per giunta non una potenza antagonista ma una milizia ex alleata – i talebani - , il secondo è la sconfitta in terra afgana, ovvero il ritiro della missione di civilizzazione all'occidentale di un popolo soggiogato da un'oligarchia (riconosciuta dal popolo stesso): la tracotanza rispetto alla saccenza nell'impersonificare il fine ultimo dell'esistenza umana - vivere all'occidentale - ha trovato un muro culturale impenetrabile e tanto meno indistruttibile, in una popolo la cui storia ed evoluzione istituzionale identificanti la civiltà nella quale si riconoscono non ha mai dato modo di pensare ad una volontà di avvicinamento all'occidentalismo, per giunta nel ricordo di un'era coloniale nella quale le stesse potenze occidentali hanno violato quei diritti umani che ora si tenta di insegnare;  di conseguenza, il popolo americano si è trovato a fare i conti con il rovescio della medaglia di quell'isolazionismo confinato dal Presidente Monroe nel 1823 ed inoculato nella popolazione attraverso il disinteressamento alle altre culture: gli americani (non tutti) fanno i turisti ovunque ma viaggiano poco e soprattutto, conoscono poco (più o meno volutamente) il percorso storico, culturale ed istituzionale delle altre civiltà, ergo, tornare a casa dall'Afganistan con la coda tra le gambe e vedere immagini di soldati rincorrere gli aerei fino a pochi istanti prima del decollo, è un colpo all'orgoglio americano nel mondo non indifferente.

Togliere il fiocco giallo dalla porta al ritorno del proprio figlio rende felice ogni madre ma farlo da sconfitti rende frustrato un popolo e per di più, genitori, parenti ed amici che ripensano alle innumerevoli notti insonni a causa di un loro caro impegnato in guerra, cova e fomenta un sentimento di rabbia per lo Stato ritenuto responsabile di aver fatto rischiare la vita ai propri figli per un “nulla di apprezzabile” in termini di vittoria ed esportazione della Democrazia (secondo propaganda).

Tutte queste dinamiche in politica estera creano una spaccatura interna al paese: da un lato gli stati costieri fatti di grandi città e finanza che percepiscono le sconfitte come un messaggio chiaro da parte dei popoli in merito al modo in cui vogliono proseguire nel loro stile di vita e portano alla luce un'auspicabile contrazione della presenza militare nel mondo, dall'altra la cosiddetta “America profonda” che ritiene il rifiuto dell'occidentalismo come conseguenza di una scarsa presenza americana nel mondo, nel senso ampio del termine e comunque afferibile all'indottrinamento dell'occidentalismo nelle altre civiltà in quanto modo migliore per vivere.

A fronte di una violenza intrinseca negli individui, la difficoltà di realizzazione del “sogno indigeno” e, in conseguenza, una ancora più importante difficolta di sostenere lo sforzo bellico dato il quale la paura per i figli in guerra, gioca il vero ruolo destabilizzante nel quotidiano e, da ultimo, l'ansia di dover affrontare un nuovo conflitto contro il vero competitor per l'egemonia mondiale, che è la Cina, oltre oceano (Taiwan), è benzina sul fuoco della contrapposizione politica: le prove emergono nell'Assalto a Capitol Hill e nell'attentato a Donald Trump.

In ultimo ma non di certo per importanza, tutto il nervosismo americano viene incanalato in una sfiducia per le istituzioni che sono state democraticamente elette: dalle manifestazioni pro-palestina nelle Università ai cortei di protesta per l'attuale amministrazione, il popolo americano sembra non riesca ad affrontare con lucidità la nuova era della globalizzazione che gli apparati statali hanno fortemente contribuito a creare; dallo smantellamento dell'industria volto a fare della bandiera “stars and stripes” il compratore di ultima istanza di ciò che viene prodotto nel mondo - unico strumento pacifico per mantenere l'egemonia politica sulla costellazione di Stati satellite - , arrivando alla lotta al terrorismo come ultima narrazione in ordine di tempo atta a tenere viva l'indole messianica, attualmente, si assiste a provvedimenti maldestri che aprono le porte della stanza dei bottoni dell'Impero permettendo ai competitor/nemici globali di osservare il cuore dell'aquila: elemento pericoloso poiché potrebbe consentire alle potenze antagoniste di mettere in campo strumenti ed operazioni vincenti senza scomodarsi da casa, ovvero, senza arrivare ad interazioni a volte estreme e violente (11 settembre) per contenere questa sorta di rinascita USA di cui l'attuale presidente incarna perfettamente il sentimento di maggioranza.

Trump non è giustificabile per il suo modo di fare arrogante e rissoso ma si può affermare che non ha mezzi termini quando si esprime: ci si deve poi ricordare che lui è la rappresentazione di un apparato istituzionale ed amministrativo che regge l'impero da anni a prescindere dalla linea politica dell'uomo che ricopre la carica di Presidente, il quale è responsabile di tutto il popolo americano; se stesse attuando una strategia atta a rivelare un aspetto celato per tanto tempo della “cucina dell'impero”? Ovvero che sono gli apparati militari ed una vera e propria oligarchia imprenditoriale a decidere realmente per la vita di tanti ragazzi spediti qua e la per il mondo a combattere guerre che non hanno nulla a che fare con la narrazione di cui tanto si sente parlare?

Se Donald volesse dimostrare che i Presidenti, lui compreso, hanno le mani legate rispetto a tante decisioni che sono state prese?

Lo sta facendo male in termini di comunicazione e di redistribuzione della spesa militare ma forse narrare l'impero nella vera sua accezione di violenza indiscriminata, è l'unico modo per far sentire nel mondo la voce di un popolo che è stufo di vedere fiocchi gialli appesi ad ogni porta e che soprattutto merita un sonno tranquillo la notte.

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