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manifest gaza little

Lunedì sera sono tornato a casa molto stanco, ma felice.

Della bellissima manifestazione pro Palestina mi rimarrà per sempre il ricordo del medico (o dell'infermiere) vestito con il camice, la cuffia e la mascherina che si è affacciato dal suo studio su via Manzoni. A suo modo ha voluto partecipare al corteo, anche se gli impegni di lavoro non gli avevano permesso di scendere in strada. Voleva farci sapere che anche lui era con noi.

Perché la forza della folla che ha partecipato alla manifestazione a Monza e in tutte le 75 città d'Italia è stata quella di rompere il vetro del display (non dei negozi!) che ci tiene informatissimi, iperconnessi ma strategicamente distanti gli uni dagli altri, facendoci sentire impotenti di fronte anche alla più evidente delle ingiustizie. 

Invece, quelle due ore trascorse fianco a fianco, in mezzo a striscioni e bandiere della Palestina, ai volti sorridenti di uomini, donne, ragazzi, bambini, anziani, mi hanno trasmesso una speranza. Non solo perché mi hanno fatto sentire dalla parte giusta della storia, ma soprattutto, perché ho capito di non essere solo. Tutte quelle persone non si erano mobilitate per rivendicare un proprio diritto, ma per difendere quelli di un altro popolo che forse non avranno mai la possibilità di incontrare nella loro vita.

A chi mi chiede "a cosa è servito?" rispondo che lunedì, dedicando qualche ora a stare semplicemente insieme, abbiamo sconfitto la strategia dell'isolamento e della solitudine che la società dell'individualismo di massa utilizza per impedirci di credere che "un altro mondo è possibile". 

Ora che ci siamo ritrovati, non lasciamo che ci tolgano questa possibilità: un altro mondo è (nuovamente) possibile. 

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