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Nella mia visione un po' pessimistica delle cose ho sempre considerato l'inno di Mameli nient'altro che un canto, dai tratti quasi goliardici, fatto soltanto negli stadi ogni qualvolta giochi la nazionale. Un po' forse perchè ho vent'anni e non ho avuto abbastanza tempo per vivere in questo paese e capirlo, e un po' forse per superficialità. 

Perchè ora, in questo momento di emergenza virus, non posso fare altro che cambiare drasticamente il mio giudizio, e penso che tutti i pessimisti di natura come me debbano fare altrettanto. 

 

E il motivo è semplice: l'Italia riesce ad essere unita, e lo fa sorprendemente bene. Tant'è che gli occhi di tutto il mondo in queste ore sono puntati sullo stivale, e sul suo modello di solidarietà e unione nazionale. 

E allora le immagini che vi propongo sono due: la prima rappresenta due donne che espongono la bandiera italiana nel 1848, dopo le cinque giornate di Milano, quando ''Italia'' era ancora un concetto un po' astratto, ma che già univa molte anime; la seconda immagine invece rappresenta una delle tante bandiere tricolore esposte fuori dalle abitazioni nel nostro territorio, in questo periodo di emergenza.

Il concetto alla fine se ci pensate è lo stesso, anche se le epoche storiche sono molto differenti. 

Eppure i milanesi, in quei giorni di tumulti del fatidico '48, avevano voglia di perdere anche un po' quel campanilismo municipale, frutto di una storia come quella italiana che vede dei comuni forti e indipendenti, con delle caratteristiche così peculiari da spezzettare lo stivale in piccoli staterelli per molto tempo. E quell'attacamento al proprio comune/stato si andava dissolvendosi in un'idea di grande nazione italiana, unita e forte, simile alle altre nazioni europee dell'epoca risorgimentale. 

E oggi quella voglia di unione ritorna. Ritorna nei disegni dei bambini affissi ai cancelli dei condomini, e alle bandiere che sventolano con tanto orgoglio e fierezza sui balconi e sulle belle terrazze panoramiche, peculiari del nostro bel paese. 

Un'unione che è patriottismo, quello sano, quello dell'essere fieri di fare parte di una nazione così bella, che in tutto il mondo oggi dimostra di essere forte, anche nelle sue contraddizioni regionali, nei suoi divisionismi e nelle sue difficoltà. 

E badate bene, patriottismo non è quel nazionalismo che viene sdoganato dai partiti di estrema destra, non è quel dire di essere italiani quasi per ripicca contro chi non lo è. Ma è quel sentimento nazionale che ci porta a far sventolare la nostra bandiera e che ci porterà, appena l'emergenza sarà conclusa, a raccontare che cosa è veramente l'Italia ai nostri amici europei e di tutti gli altri stati. 

D'altronde oggigiorno gli storici ancora si chiedono da dove nasca il nazionalismo, e se viene prima o dopo la nascita sostanziale del concetto di nazione. E forse una risposta questi storici potrebbero trovarla tra le nostre strade in questi giorni. Forse è nata prima l'Italia del nazionalismo italiano, e confido nel fatto che lo stesso concetto valga anche per gli altri stati europei. 

E chissà se questo virus, questi giorni di solidarietà, faranno maturare definitivamente a tutti una coscienza nazionale e di comunità, che vada contro agli individualismi della nostra epoca. Individualismi politicamente incoraggiati dai partiti di estrema destra, che oggi soffrono perchè ora si è italiani non perchè qualcun'altro non lo è, ma perchè si ha quest'innata capacità tutta italiana di ridare vigore alla nomea che abbiamo in tutto il mondo, cioè di essere brava gente. 

E magari questa coscienza rimarrà anche dopo. Così chi penserà di non pagare le tasse si farà almeno prima la domanda: 

<<se non le pago, qualcun'altro dovrà farlo per me, e qualcun'altro perderà il lavoro, e i miei figli non avranno un sistema scolastico adeguato, e i miei genitori non avranno sufficienti cure in ospedale>>

Magari sarà questa la domanda che le persone si faranno. Oppure magari, quando il solito politico populista di turno offrirà misure assistenziali e il solito metodo politico tutto italiano del ''voto di scambio'', i cittadini diranno di no, perchè vorrà dire mettere sulla testa delle generazioni successive un debito pubblico impossibile da pagare. E allora non ci saranno più né quota 100 né reddito di cittadinanza, ma magari più soldi per le scuole, per gli ospedali, per la ricerca. 

E così vado a concludere questo commento unendomi a questo canto generale del nostro inno di Mameli, che anche se fatto in modo silenzioso, nelle nostre case, nelle nostre vie, mi dà una tale emozione da sperare in un futuro migliore per questo paese. Perchè se superiamo questo, allora superemo tutto, ma uniti e mai divisi. 

 

Siam pronti alla morte

l'Italia chiamò

 

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