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ottobre russia0 – L'autodeterminazione di un Popolo, le radici della rivoluzione

La rivoluzione del 1905 e le due rivoluzioni del 1917, l’una di febbraio che provocò la caduta dello zarismo e l’altra di ottobre che condusse al potere i bolscevichi, costituiscono le fasi distinte di un unico processo che portò la Russia, il più arretrato tra i grandi paesi d’Europa, a diventare il primo Stato socialista della storia, considerato dai suoi sostenitori come la patria dei lavoratori di tutto il mondo e dai suoi nemici come la prima espressione di società totalitaria.

Il processo di socialismizzazione della Russia zarista iniziò nella seconda metà dell'Ottocento a causa dell'incapacità del governo degli zar di evitare il rafforzamento delle tendenze rivoluzionarie che miravano a distruggerlo: esso oscillò tra un riformismo inadeguato e incoerente, l’immobilismo e la reazione. L’abolizione della servitù della gleba, voluta dallo zar Alessandro II nel 1861, fallì l’obiettivo di dar vita a una diffusa proprietà nelle campagne, sicché i grandi proprietari (quelli che oggi definiremmo oligarchi) continuarono a sfruttare le grandi masse dei contadini poveri e privi di diritti dando spazio alla formazione e crescita delle condizioni che fecero guadagnare sempre più terreno alle correnti rivoluzionarie; gruppi di giovani idealisti, per lo più studenti e intellettuali, associabili all'alta borghesia occidentale, animarono negli anni Settanta un movimento politico-umanitario, definito populismo poiché si poneva l’obiettivo di “rappresentare il popolo”: l'ambizione era il riscatto dei contadini e la loro educazione mediante un contatto diretto con le masse agricole; obiettivo che si scontrò con il tasso di analfabetizzazione misto ad un isolazionismo contingentato dai grandi spazi e dalle avversità climatiche,  delle stesse classi contadine. Purtroppo, il tentativo di una rivoluzione dolce, andò incontro a un completo insuccesso.

Una parte dei giovani impegnati nel movimento, disillusa, diede allora vita a organizzazioni segrete, come la Libertà del popolo, sposando il terrorismo nella convinzione che non vi fosse altra via possibile per cambiare la Russia: nel 1881 Alessandro II cadde vittima di un attentato.

A loro volta, gli anarchici, come Michail A. Bakunin, teorizzavano la violenza rivoluzionaria come unico mezzo per abbattere lo zarismo. Il regno del successore, Alessandro III, fu improntato a un cieco conservatorismo. A lui, nel 1894, successe Nicola II, colui che sarebbe stato l’ultimo zar.

Dal punto di vista del “sistema Paese” sia industriale che sociale, negli ultimi due decenni dell’Ottocento, la Russia aveva conosciuto un processo di industrializzazione, che aveva portato alla costituzione di grandi fabbriche con la presenza nei primi anni del Novecento di oltre due milioni di operai. Questi operai, che non godevano di alcun diritto politico e sindacale e vivevano in miseria, divennero un terreno fertile per la propaganda di quei movimenti para-politici rivoluzionari ed ancora clandestini, reduci dal tentatrivo di cambiamento borghese; nel 1898 sorse il Partito operaio socialdemocratico russo, di orientamento marxista, che considerava la classe operaia come la forza rivoluzionaria per eccellenza ed auspicava un rapido sviluppo capitalistico quale premessa del socialismo: sembra quasi un paradosso ma, in termini di acquisizione dei diritti, in un sistema istituzionale dove la ricchezza era a panaggio di pochissimi “eletti”, quello che oggi definiremmo salario minimo, frutto dello sviluppo industriale, rappresentava la via maestra per sottrarre ricchezza e liquidità agli oppressori dei diritti umani.

Nel 1902, raccogliendo l’eredità del populismo, venne fondato il Partito socialrivoluzionario, che si batteva per un socialismo agrario in linea con le tradizioni comunitarie dei contadini russi.

Le correnti liberali, invece, erano quanto mai deboli in Russia, così come poco sviluppata era la borghesia imprenditoriale.
I socialdemocratici russi si divisero nel 1903 tra un’ala maggioritaria (bolscevichi) e una minoritaria (menscevichi), la prima guidata da Vladimir I. Lenin, sostenitore di un partito centralizzato e diretto in maniera autoritaria da rivoluzionari di professione, la seconda da Martov, che avversava tale impostazione.


1 – dal 1905 al 1917: la consapevolezza di un popolo – la costruzione di una leadership

La prima delle tre rivoluzioni russe venne favorita dalla guerra russo-giapponese del 1904-05, che per le sconfitte subite indebolì gravemente la Russia e lo zarismo, mentre attivò enormemente i conflitti interni. La rivoluzione ebbe inizio a San Pietroburgo il 22 gennaio 1905, in quella che passò alla storia come la domenica di sangue, quando la polizia uccise un migliaio di persone nel corso di una manifestazione per presentare una petizione allo zar. In breve tempo la rivoluzione si estese ad altri luoghi coinvolgendo operai e soldati, che diedero vita a soviet («consigli») con la partecipazione dei partiti socialisti. Nelle campagne, nel frattempo, si diffuse la rivolta dei contadini poveri.

Per far fronte al pericolo rivoluzionario lo zar Nicola II in ottobre promise la concessione di un sistema parlamentare e di maggiori libertà. In dicembre insorsero gli operai di Mosca, ma la sollevazione venne sanguinosamente repressa e la reazione prese il sopravvento.

Tra il 1906 e il 1914, anno di inizio della Prima guerra mondiale, la Russia ebbe una sorta di regime semirappresentativo, le libertà politiche e civili vennero parzialmente riconosciute, ma il regime zarista si mostrò incapace di affrontare la questione agraria, la miseria dei contadini e degli operai. Il tentativo del primo ministro Pëtr A. Stolypin di favorire la creazione di un solido ceto di medi e piccoli proprietari, fortemente osteggiato dai conservatori, ebbe termine quando nel 1911 un terrorista lo uccise.
Nel 1911-12 il paese fu scosso da un’ondata di agitazioni operaie e contadine. Il governo zarista, dominato dalle cricche di potere, dava prova di inerzia e incapacità.

Nell’agosto 1914 l’Impero russo entrò in guerra contro l’Austria-Ungheria e la Germania a fianco di Francia e Gran Bretagna, contando su una rapida vittoria. Dopo alcuni successi iniziali contro gli Austriaci, l’esercito zarista dimostrò la propria totale inadeguatezza ad affrontare in primo luogo un esercito potente come quello tedesco. L’inefficienza, la corruzione, l’autoritarismo degli ufficiali che trattavano i soldati come servi, la fame delle masse nelle città, le sconfitte sempre più gravi aprirono le porte alla seconda Rivoluzione russa.

Tra il 23 e il 27 febbraio 1917 (secondo il calendario russo, tra l’8 e il 12 marzo secondo quello occidentale adottato anche in Russia l’anno seguente) gli operai di Pietrogrado insorsero affiancati da reparti militari ribelli e costituirono un soviet. Il 2 marzo Nicola II abdicò e poco dopo venne instaurata di fatto la repubblica. L’insurrezione si estese dilagando nelle campagne. Fu formato un governo provvisorio, dominato da aristocratici e borghesi di orientamento liberale, che dovette però dividere il potere con i soviet degli operai e dei soldati, diretti dai socialrivoluzionari, dai menscevichi e dai bolscevichi.

La Russia restava in guerra, ma il fronte andava sfaldandosi e decine di migliaia di contadini disertavano e tornavano nelle campagne. La definizione del futuro politico del paese venne affidata a un’assemblea costituente, da riunirsi dopo elezioni a suffragio universale. In aprile tornò dall’esilio il capo dei bolscevichi, Lenin, il quale incitò i soviet a prendere nelle loro mani tutto il potere, i contadini a impadronirsi della terra (cosa che essi stavano già facendo), gli operai e i soldati a imporre la pace immediata.

In luglio-agosto il governo provvisorio lanciò un’offensiva contro i Tedeschi, che si risolse in una sconfitta. Quindi procedette a perseguitare i bolscevichi per il loro disfattismo. Ma quando il generale Lavr G. Kornilov, tentò un colpo di Stato reazionario, il governo, diretto dal socialrivoluzionario Aleksandr F. Kerenskij, si unì ai bolscevichi per respingerlo.

La sconfitta di Kornilov allargò enormemente l’influenza dei bolscevichi sulle masse degli operai e dei soldati, ed essi conquistarono la maggioranza nei soviet. L’autorità del governo provvisorio era a pezzi e i bolscevichi costituivano l’unico partito saldamente organizzato, mentre i socialrivoluzionari e i menscevichi erano in uno stato di sbandamento. In quelle condizioni Lenin ritenne che il suo partito fosse in grado di conquistare il potere. Appoggiato da Lev D. Trockij, presidente del soviet di Pietrogrado, vincendo le esitazioni e le opposizioni di alcuni dei maggiori dirigenti bolscevichi, il 24-25 ottobre 1917 (6-7 novembre) egli ordinò alle truppe rivoluzionarie di occupare le sedi del governo e di stroncare le forze a esso fedeli. Le resistenze furono assai deboli e l’intera operazione risultò quasi incruenta. Questa fu la terza Rivoluzione russa, passata alla storia come la Rivoluzione di ottobre.

Preso il potere i bolscevichi costituirono un governo, anch’esso provvisorio, formato da commissari del popolo, con l’appoggio dei soli socialrivoluzionari di sinistra. Intanto era stata eletta l’Assemblea costituente, cui sarebbe spettato di decidere del futuro della Russia, del suo tipo di governo e di chi lo avrebbe diretto. I risultati furono sfavorevoli ai bolscevichi, che con 175 seggi su 707 rimasero assai indietro rispetto all’insieme dei partiti avversari e, in particolar modo, ai socialrivoluzionari, risultati con 410 seggi di gran lunga il primo partito grazie al consenso delle masse contadine. Tuttavia, il partito bolscevico, il quale aveva ottenuto la maggioranza dei voti nelle città e nei quartieri operai, sostenne per bocca di Lenin che era impensabile che la classe operaia, la classe più avanzata della società, cedesse il potere alle arretrate masse contadine e ai ceti conservatori. Il 18 gennaio 1918 Lenin ordinò alle guardie rosse di sciogliere con la forza l’Assemblea costituente.

Quando i bolscevichi presero il potere, la situazione economica della Russia era già catastrofica in seguito agli effetti della guerra e della rivoluzione: essa si aggravò ulteriormente in conseguenza dello scoppio della guerra civile, che infuriò nell’ex impero zarista tra la fine del 1917 e il 1921 opponendo il governo bolscevico e il suo esercito (l’Armata rossa) a governi controrivoluzionari formatisi in varie parti dell’immenso paese, alle loro armate “bianche” e alle truppe inviate dai governi inglese, francese, italiano, americano e giapponese.

Il governo di Lenin, di cui gli avversari interni ed esterni ritenevano sempre imminente la caduta, affrontò la drammatica emergenza con estrema decisione e con la determinazione a non cedere a ogni costo.

Per eliminare ogni speranza nella restaurazione dello zarismo, nel luglio del 1918 lo zar Nicola II e i membri della sua famiglia vennero uccisi. Squadre armate provvidero a strappare le scarsissime riserve alimentari ai contadini, al fine di rifornire la popolazione stremata delle città e le armate della rivoluzione. Ogni opposizione venne stroncata senza pietà.

Contrariamente a tutte le previsioni, il governo bolscevico sopravvisse e azzerò le rivoluzioni “bianche spinto dalla verve di Lenin, il quale aveva creduto fermamente che la Rivoluzione di ottobre avrebbe dato inizio alla rivoluzione internazionale, a partire dalla Germania; l'ambizione leninista non trovò concretizzazione, pertanto la Russia sovietica (vittoriosa) rimase isolata dal resto del mondo, con il solo sostegno dei comunisti esteri e di altre correnti minori del socialismo mondiale che si erano uniti ai bolscevichi nel 1919 dando vita alla Terza Internazionale; tuttavia non è solo la rivoluzione proletaria, violenta ed armata ad essere passata alla storia: vi è un documento che è definibile come il precursore alla Costituzione del 1906 dell'Impero russo: Il Manifesto di Ottobre.

La Costituzione dell'Impero russo venne adottata l'anno successivo dalla pubblicazione del manifesto che fu emanato dallo Zar Nicola II, influenzato da Sergei Witte, il 30 ottobre 1905 (17 ottobre secondo il calendario giuliano) in risposta agli eventi rivoluzionari di quell'anno.

Il testo del documento fu scritto da Sergei Witte e Alexis Obolenskii ai primi dell'ottobre 1905 e quindi presentato allo zar Nicola II, che lo firmò il 17 ottobre. Inizialmente lo Zar si oppose fermamente alle idee espresse dal Manifesto, ma dovette cedere quando il suo candidato a governare imponendo un'eventuale dittatura militare, il Granduca Nikolaj Romanov, minacciò di suicidarsi se lo Zar non avesse accettato quanto indicato da Witte. Esso, che prometteva i primari diritti civili e un parlamento elettivo (chiamato Duma di Stato), senza l'approvazione del quale non sarebbe stato possibile promulgare leggi, fu scritto sotto forma di proclama, in plurale maiestatis.

Per un breve periodo, immediatamente dopo la sua pubblicazione, il Manifesto ebbe successo nel ridurre la tensione politica nel paese.: scioperi e violenze cessarono quasi in contemporanea alla sua emanazione e la popolazione accolse con entusiasmo le nuove libertà e la possibilità di essere rappresentata nel governo.

Il Manifesto portò alla nascita dell'Unione del 17 ottobre e, come ogni buon documento che profuma di libertà finì per dividere opposizioni organizzate al potere zarista in merito alla sua valutazione: molti intellettuali della media borghesia, si acquietarono all'idea di poter godere della libertà di parola e poter aver un governo rappresentativo e si riunirono nel cosiddetto Partito dei Cadetti, viceversa l'opposizione a carattere marxista, rimase ferma nell'idea che Nicola II avesse fatto minime concessioni, la Duma sarebbe stata soltanto un simulacro della democrazia in quanto nessuna legge avrebbe potuto essere promulgata senza l'approvazione dello Zar e la libertà era severamente regolata.

I membri della Duma appena eletti decisero la liberazione dei prigionieri politici, i diritti sindacali per i lavoratori e la riforma terriera e come risposta lo Zar non accettò le delibere e dissolse l'assemblea nel giugno 1906; la Duma fu nuovamente convocata e dissolta e nuovamente disciolta nel 1907 a conferma che lo zar aveva mantenuto tutto il potere nelle sue mani; a fronte di un chiaro abuso di potere dello Zar, scioperi e violenze ripresero, mentre l'autocrazia riaffermava il suo potere; ripresero anche le esecuzioni, calcolate sopra le 1000 ed Il governo iniziò dei tentativi volti a sopprimere i partiti politici: nel 1906-07 gran parte della Russia era sotto legge marziale.

Il Manifesto appare quindi più come uno stratagemma a breve termine da parte di Nicola II per riaffermare l'ordine dello Stato piuttosto che un inizio di vere riforme.


2 – Elezioni del 2011 e crisi dell'Euro: la Russia spaccata in due.

In seguito al collasso dell'Unione Sovietica alla fine del 1991, la Russia ha affrontato varie sfide e complicazioni negli sforzi per creare un sistema politico che riuscisse a funzionare democraticamente dopo settantacinque anni di governo sovietico. Alcune figure importanti nel settore legislativo ed esecutivo ebbero posizioni contrastanti sulla direzione politica della Russia e gli strumenti governativi atti a seguirla: il conflitto raggiunse l'apice tra il settembre e l'ottobre del 1993, quando il presidente Boris El'cin usò le forze armate per sciogliere il parlamento e indire nuove elezioni legislative; questo evento segnò la fine del primo periodo costituzionale in Russia, che era stato marcato dalla costituzione adottata dalla Repubblica Russa nel 1978. Nel dicembre 1993 venne adottata una nuova costituzione, la quale dava poteri più forti al presidente.

Con una nuova costituzione ed un nuovo parlamento che rappresentava i diversi partiti e fazioni, la struttura politica russa diede vita a nuovi e diversi segni di stabilizzazione; poiché il periodo di transizione si estese fino a metà degli anni '90, il potere del governo nazionale continuò a diminuire di pari passo all'aumento delle concessioni politiche e governative di Mosca alle regioni: uno dei segni del nuovo corso polirtico fu la decentralizzazione del potere; tuttavia e nonostante il decentramento ed la conseguente rivalutazione dei poteri locali, le connessioni di apparato partitico dalle sedi locali alla sede centrale alimentarono l'attrito fra il potere esecutivo ed il potere legislativo, nonostante esso sia stato parzialmente risolto dalla nuova costituzione: i due poteri continuarono a rappresentare visioni fondamentalmente opposte a proposito del futuro della Russia;  generalmente l'esecutivo rimase il centro della tendenza alla riforma, mentre la Duma continuò ad essere campo di battaglia e bastione dei comunisti antiriformisti e dei nazionalisti.

Da un punto di vista tecnico istituzionale, la Russia elegge a livello federale un Capo di Stato, il Presidente, e un Parlamento, l'Assemblea Federale della Federazione Russa. Il Presidente viene eletto per un mandato di sei anni direttamente dal popolo; l'Assemblea Federale è un Parlamento bicamerale. La Duma, la camera bassa, conta 450 membri eletti ogni quattro anni con il sistema proporzionale. Il Consiglio Federale conta 178 membri: 2 delegati per ogni soggetto federale.

La percezione popolare dell'assetto politico-istituzionale si traduce in un'effervescente attivazione della popolazione all'avvicinarsi delle elezioni:  pochi giorni dopo le elezioni del 2011 migliaia di moscoviti sono scesi in strada per dare vita a una imponente e variegata manifestazione, la più grande protesta a Mosca dai tempi della perestroika e della dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Quali sono le cause di questo movimento di protesta?

Madame Storia insegna che i moti rivoluzionati debbano essere letti attraverso cause esterne e cause interne alla Nazione nella quale avvengono: per l'Occidente, il '48 ne è l'emblema; tuttavia dobbiamo considerare la geografia russa ed il potente apparato di filtraggio delle informazioni che progressivamente ha condizionato l'isolamento della popolazione da ciò che accade al di fuori dei confini federali in termini di stili di vita ed ideologie; l'esempio lampante è di come aa Rivoluzione arancione in Ucraina di fine 2004 non ebbe alcun effetto sul precedente ciclo elettorale russo (2007-2008), a differenza di ciò che si attendevano molti esperti e analisti in Occidente; per questo ciò che accade oggi in Russia deve essere letto in chiave interna e non soltanto analizzando il comportamento della classe media nelle grandi città russe.

Alle preoccupazioni per le conseguenze dell’esito delle elezioni presidenziali si aggiunge una certa apprensione dei russi rispetto alla stabilità monetaria europea e alla tenuta dell’euro. Sin dall’inizio della crisi dell’euro, in Russia si sono delineate due tendenze contrapposte rispetto a questo tema: da una parte, una parte dell’opinione pubblica russa ha espresso un certo compiacimento nel constatare che anche l’UE stava attraversando un momento critico sia in termini economici che di clima d'opinione e quindi di legittimità della stessa costruzione europea.

Tale soddisfazione esprime quello che storicamente è affermato come una vera e propria linea di confine di tra civiltà: in termini popolari, i russi, come ogni popolo di matrice imperialista, hanno una percezione dello stare al mondo come autoreferenziale, ovvero, in termini di solennità e grandezza, “quel che sono” dipende solamente dalla loro stessa superiorità e, per tale motivo, non si accettano lezioni dall'estero: la crisi dell'Euro, vista dal popolo russo, non è altro che la dimostrazione che la saccenza occidentale è fragile e non di certo superiore a loro, sia in termini sostanziali che nella forma in cui sono espressi, ovvero, impartire lezioni alle altre popolazioni e civiltà del mondo: cosa che alcuni funzionari europei fecero in “terra rossa” considerate come una sorta di “neo-colonialismo” o “neo-imperialismo” volto a consolidare l'asimmetria nei rapporti UE-Russia, da parte occidentale.

Allo stesso tempo, in Russia si riscontra anche un’altra posizione che rimane tuttora molto forte. Dal momento che l’Ue è il cliente principale delle esportazioni russe di gas e petrolio, il permanere della crisi e un’eventuale diffusione della recessione nei diversi paesi membri dell’Unione Europea finirà con l’avere riverberi negativi sulla stessa crescita russa. È necessario, perciò, che la Russia adotti misure serie per aiutare i paesi dell’Ue a uscire dalla crisi perché solo così sarà in grado di salvaguardare anche i propri interessi economici; di conseguenza, la Russia non esitò a sostenere l’Euro sia all’interno del Fmi che, indirettamente, sul mercato, acquistando le obbligazioni dei paesi della zona euro accogliendo positivamente la formazione di un nuovo governo in Italia sotto la guida dell’ex commissario europeo Mario Monti.

Il 24 febbraio 2022 il presidente russo Vladimir Putin annuncia l’avvio della cosiddetta “operazione militare speciale”.

Dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, numerose sono state le nuove leggi introdotte volte a limitare le libertà fondamentali, tra cui quella di espressione, associazione e riunione pacifica e inevitabilmente è stata lanciata una campagna di repressione contro giornalisti, movimenti politici e dissidenti.

Ancora una volta, è però il popolo a “rilanciare il gioco”, rimettendosi in discussione ed attuando forme di protesta alternative a quelle classiche, depauperate di ogni efficacia dal regime oligarchico: tali nuove forme di protesta si sono concretizzate attraverso scritte sui muri, volantini clandestini o immagini iconiche graffittate un po' ovunque e stampate su altrettanti volantini diffusi capillarmente sul territorio: prende vita così quella che in russo si definisce vidimyj protest (protesta silenziosa): in formula è una forma di comunicazione e di espressione del proprio dissenso che fa poco rumore”; il suo tratto distintivo è la discrezione, in quanto si concretizza principalmente attraverso modalità visive piuttosto che sonore: è fondamentale chiarire che l’aggettivo “silenziosa” non deve essere interpretato come sinonimo di astensionismo: se pur attraverso immagini e non parole, la manifestazione del dissenso rimane palese a fronte del metodo classico – sessanttottino – afferente al “grido di piazza” .

Una definizione di questo concetto è stata fornita da Vera Dubina e Alexandra Arkhipova: La protesta ‘silenziosa’ si riferisce a piccoli atti di dissenso, generalmente individuali, spontanei e non violenti, che si manifestano negli spazi di socializzazione quotidiana. Possono consistere in semplici parole o simboli, ma non per questo sono insignificanti, poiché esprimono chiaramente il disaccordo verso le autorità al potere.

In realtà, il linguaggio esopico della protesta non è una novità piena: esso fu largamente utilizzato già durante il periodo sovietico: si trattava di un sistema di comunicazione criptato e segreto, impiegato sia nel contesto letterario che tra i detenuti nei gulag: la sua genialità intrinseca sta nell'aggirare, attraverso uno pseudo linguaggio criptato dall'ambiguità delle immagini la censura e facilitare la trasmissione di contenuti considerati sovversivi o pericolosi per il regime; dal punto di vista storico vi è poi una seconda funzionalità, ovvero, creare una rete di solidarietà, non solo di persone ma anche di luoghi, ritenuti “sicuri” per i dissidenti, proprio per la presenza tangibile di murales e volantini: nel riconoscere gli alleati e nel sentirsi in un posto sicuro per la propria esistenza. Le attuali forme di protesta silenziosa continuano a soddisfare queste due funzioni, in particolare quella di occultare il messaggio.

Nella contemporaneità russa, si è rivelata una terza funzione, ovvero, dalla sua attuazione, questa forma di protesta, attesta l'esistenza della censura: non avrebbe senso esprimersi “silenziosamente” se non ci fosse il pericolo di essere censurati e perseguitati dal regime.

Pertanto, a partire dall’inizio dell’invasione in Russia si sono diffusi stickers, volantini, graffiti che veicolano messaggi nascosti contro la guerra, poiché forme di protesta diretta sono legalmente impossibili e troppo rischiose. Questi espedienti possono essere definiti “armi dei deboli”, un concetto formulato dall’antropologo James Scott in Weapons of the Weak: Everyday Forms of Peasant Resistance (Cfr. “Le armi dei deboli: Forme quotidiane di resistenza contadina”, 1985), in cui, studiando la resistenza silenziosa dellə braccianti malesi contro l’élite dominante, dimostrò come piccole azioni quotidiane e nascoste possano servire a esprimere un distacco ideologico dalle autorità e generare cambiamenti significativi. Nella Russia contemporanea, dove manifestare apertamente il dissenso può mettere in pericolo la vita delle persone e dei loro cari, il linguaggio codificato è una nuova forma di resistenza. Non a caso, Dubina e Arkhipova affermano: “Il linguaggio codificato, e non il dissenso diretto, è diventato la nuova arma dei deboli” (Dubina – Arkhipova 2023: 9). Dunque, in questo conflitto contro le autorità che si svolge sul piano comunicativo, la lingua diventa l’unico strumento per opporsi alle decisioni governative e, richiamando così le modalità di resistenza teorizzate da Scott, essa diventa la nuova arma dei deboli, permettendo alle cittadine e ai cittadini di adottare un codice espressivo proprio per esprimere il dissenso.


4 – La percezione della ribellione: l'atteggiamento da “non-Stato” e la Russia di oggi.

Nel 2023, 5.024 soldati russi sono stati processati per diserzione: i veri eroi di questa guerra. È, nota Franceschelli, «un record storico assoluto. Nel 2022 erano stati 1.001 casi, nel 2021 ‘solo’ 615». Dal 2022 al gennaio di quest’anno sono stati aperti procedimenti penali contro 1.082 dissenzienti politici, e nello stesso periodo 509 persone fisiche e organizzazioni sono state classificate come ‘agenti stranieri’: ecco chi dovremmo abbracciare pubblicamente. Accanto a chi ha il coraggio di farsi arrestare e processare, molte persone praticano una quotidiana resistenza culturale e morale, secondo quella “teoria delle piccole cose” che non è del tutto ignota anche a noi occidentali, alle prese con una (ovviamente diversissima) crisi della democrazia e della rappresentanza politica. Ogni tanto questo vasto dissenso russo emerge in azioni geniali e coraggiose, come quella dell’artista Aleksandra Skochilenko, «arrestata il 31 marzo 2022 a San Pietroburgo per aver sostituito i cartellini dei prezzi di un supermercato con bigliettini che denunciavano il massacro dell’esercito russo in Ucraina, e per questo condannata a sette anni di carcere». Una protesta simboleggiata dalla scritta «No alla guerra» comparsa nel marzo 2022 sulla Neva ghiacciata, a San Pietroburgo: clamorosa, ma destinata per sua natura a perdersi nell’acqua (e comunque solo dopo essere stata, altrettanto clamorosamente, cancellata).

Alcuni esempi sono monumenti di elegante umiltà nel protestare in modo alternativo al regime autocratico ed oligarchico: tra questi L'ottantenne Ljudmila, sopravvissuta all’assedio di Leningrado e per questo intoccabile, ma indomita nella sua contestazione dell’uso strumentale e perverso che Putin fa della Seconda guerra mondiale e della vittoria sul nazismo; padre Ioann, pope ortodosso scomunicato (proprio come Tolstoj), e ora rifugiato in Bulgaria, per aver osato predicare esplicitamente un vangelo di pace, peccato imperdonabile nella chiesa corrotta e serva del potere guidata dal patriarca Kirill; Grigorij, professore universitario di filosofia politica, elencato tra gli “agenti stranieri” e oggi espatriato a Princeton; Ivan, attivista politico con una storia di arresti e torture, che dalla Germania continua a organizzare la resistenza attraverso Zona solidarnosti (Zona di solidarietà), un progetto che assiste i prigionieri politici arrestati per aver manifestato contro la guerra; e infine Katia, redattrice di Doxa, rivista universitaria della Higher School of Economics di Mosca, che aveva continuato a raccontare e ad alimentare il dissenso nonostante il progressivo tradimento dei vertici accademici, sempre più allineati con il Governo di Putin.

Storie tristemente accomunate, con una sola eccezione, dalla necessità dell’esilio: e che proprio per questo sono pienamente raccontabili.

La percezione di quanto sta avvenendo in questi anni in Russia sotto il governo di Putin è spesso confusa. Non è facile, infatti, interpretare i dati della politica di questo paese, sia per la mancanza di trasparenza nei meccanismi di formazione delle decisioni politiche e nei rapporti di potere, sia per la difficoltà di interpretare la natura del potere dell’attuale Presidente quando lo si valuta in base ai parametri della liberal-democrazia europea.  L’atteggiamento più comune negli osservatori e nei politici europei rimane quello di una forte diffidenza verso questo paese e il suo leader politico cui si rimprovera continuamente – prove alla mano - il mancato rispetto per i diritti umani e la scarsa propensione alla democrazia; e la tendenza è quella di non porsi il problema di comprendere quanto sta realmente accadendo in Russia.

Questo atteggiamento rispecchia una mentalità che si sta diffondendo sempre più nel nostro continente. Come scriveva Kissinger in un articolo pubblicato anche sulla Stampa il 4 luglio 2004, in Europa, “in assenza di un interesse nazionale europeo ancora da definire, (gli) atteggiamenti da non-Stato nei confronti delle relazioni internazionali stanno diventando molto radicati nell’opinione pubblica europea”.

Il riferimento all'approccio geopolitico è chiaro: osservare con razionalità i fenomeni nazionali rapportati alle relazioni internazionali deve partire da un approccio di immedesimazione basato sullo studio e conoscenza degli elementi culturali, storici, economici e sociali della (o delle) civiltà oggetto di studio o con le quali ci si prepara a relazionarsi: stupirsi per quanto sta accadendo in Russia, in primis dal punto di vista della politica interna, denota un classico occidentale che si ripete ogni qual volta si apprende di quanto accade altrove nel mondo, sia che avvenga in Stati Nazione che in federazioni o para-federazioni. Se l’Europa si ponesse il problema di avere una vera politica estera, dovrebbe porsi anche quello di analizzare con più attenzione quanto sta accadendo in Russia, per lo meno per capire se il tentativo in corso di riportare la Russia ad essere uno dei protagonisti della politica mondiale ha speranza di successo oppure no, per valutare se l’Europa ha interesse a questo suo rafforzamento e per impostare quindi le reciproche relazioni sulla base di un progetto politico consapevole; ergo, qualsiasi tentativo di capire cosa sta succedendo in Russia non può prescindere dalla particolarità della storia di questo grande paese.

Rispetto al resto d’Europa, ha sempre seguito una propria via specifica nella costruzione dello Stato e nel perseguimento della modernità. Indipendentemente dalla percezione che il paese ha avuto di sé negli ultimi secoli, percezione in cui convivevano in modo più o meno conflittuale la corrente “occidentalista” e quella “slavofila”, è un fatto che la Russia si è sviluppata nei secoli isolata rispetto al continente europeo, senza partecipare al suo processo di civilizzazione. Quello che interessa ricordare qui, vista l’impossibilità di entrare nell’analisi della storia del paese, è la particolare arretratezza della sua società che non ha mai potuto svilupparsi e dar vita, contrariamente a quanto succedeva in Europa, ad una società civile variegata che fungesse da volano per la modernizzazione del paese e da contrappeso politico al potere centrale, in modo da promuoverne la trasformazione: non si è mai conosciuta né la rivoluzione liberale né quella democratica, né tanto meno la graduale affermazione dello Stato di diritto che ha caratterizzato l’Europa. Date le sue peculiarità territoriali e sociali - un grande spazio isolato e scarsamente popolato, con un clima difficile che permetteva solo un’agricoltura povera, e quindi una popolazione composta solo dalla massa dei contadini e dall’aristocrazia, senza che riuscissero a svilupparsi i ceti medi - ha potuto sopravvivere e compiere i suoi passi verso la modernità solo grazie ad un sistema di governo autocratico, fondato sul potere incondizionato del monarca prima, e del capo dello Stato poi;  in questo modo la Russia non solo è riuscita a rimanere unita nei secoli ma anche a respingere tutti gli attacchi che provenivano da un’Europa ben più forte dal punto di vista tecnologico e militare e che a partire dall’epoca moderna è riuscita a sottomettere in varie forme tutto il mondo - tranne, appunto, la Russia.

Il sistema autocratico in Russia ha permesso di massimizzare le possibilità di difesa del paese e ha fornito l’unico impulso alla modernità che era compatibile con una società così arretrata e priva di spinte endogene: tutte le riforme intraprese in Russia sono state rese possibili proprio dalla natura del suo sistema politico, cui era estranea ogni possibilità di conflitto organizzato; riforme che, date le caratteristiche del Paese, non avrebbero potuto aver successo con un sistema più complesso e quindi fragile. E il grande sforzo di trasformazione in uno Stato moderno non è avvenuto come in Europa grazie all’evoluzione della società, che forniva allo stesso potere politico la spinta, gli strumenti e i modelli per creare il quadro giuridico e di potere in grado di sostenere tale evoluzione, ma si è basato esclusivamente sull’iniziativa dello Stato stesso, quindi di un progresso oligarchico o quanto meno classista: ciò ha continuato ad essere vero anche quando le idee più rivoluzionarie europee hanno iniziato a circolare in Russia e a raccogliere consensi tra le élite intellettuali, dopo che la nobiltà dell'epoca imperiale è diventata una vera e propria classe sociale autonoma       e dopo che ha iniziato a formarsi uno strato più robusto di cittadini; in realtà la scintilla, pur presente, non è mai stata sufficiente ad innescare un processo autonomo, e le stesse riforme della fine del XIX e dell’inizio del XX secolo sono state prodotte dal sistema autocratico.

Lo stesso regime comunista si inserisce perfettamente in questa peculiarità della storia russa, dimostrando ancora una volta la capacità della Russia di perseguire in modo autonomo un modello di sviluppo avanzato in grado di reggere a lungo la sfida con l’Occidente.

Successivamente, con il crollo dell’URSS e del regime comunista nel ‘91 si è aperta in Russia una nuova fase in cui il riferimento alla tradizione russa è andato momentaneamente perduto, ed è iniziata la ricerca di una nuova via per colmare il divario che separa questo paese da quelli più avanzati: una sorta di processo di occidentalizzazione che però ha portato alla riaffermazione di quell'isolazionismo ideologico il quale ha fatto si, brezze liberali e diritti sociali venissero affievoliti dal ritorno del poliboureau di un'oligarchia che attraverso una narrazione ricalcante un sentimento popolare ha blindato sempre più il proprio potere acuendo le differenze sociali e distanziando sempre più la ricchezza dei pochi alla sopravvivenza dei molti.

La democrazia è vista sostanzialmente come una frode e sondaggi condotti per conto di thefederalist.eu rivelano che solo il 22% dei cittadini esprime consenso verso questa forma di governo, mentre il 53% è espressamente contrario e il 78% ritiene che sia solo una facciata per mascherare il potere dei ricchi e dei clan più forti. Analogamente il 53% degli intervistati ritiene che le elezioni libere siano dannose e solo il 15% le valuta positivamente. Chiamati a scegliere tra «libertà» e «ordine» l’88% degli intervistati sceglie l’ordine, solo l’11 % dichiara di non volere rinunciare alla libertà di parola, stampa o movimento in nome della stabilità e ben il 29% ritiene invece di potervi in ogni caso rinunciare perché li considera privi di valore. Un altro sondaggio conferma che il 76% dei russi è favorevole a ristabilire la censura sui mass media.[2]

Anche la proprietà privata, proprio perché è così ampia la parte di popolazione che in pratica non possiede nulla, è considerata quantomeno un diritto secondario: solo un quarto circa dei russi, viceversa, la ritiene un diritto importante. E i russi rimpiangono l’Unione Sovietica (74%), ritengono che il loro paese debba essere una grande potenza (78%) e non si sentono europei (solo il 12% si ritiene tale, contro un 56% che ritiene di non esserlo).

In questo quadro il consenso dei cittadini va a chi è in grado di esercitare un potere forte e “rassicurante” nella sua autorevolezza e autorità. I russi disprezzano la debolezza (ragione per cui Gorbaciov, nonostante il prestigio di cui godeva all’estero, ha visto costantemente erodere il proprio consenso in patria proprio perché con lui è iniziato lo sfaldamento del potere) e non sostengono chi propugna modelli politici liberal-democratici (come dimostra lo scarsissimo appoggio di cui godono le formazioni politiche liberali in Russia). E’ inevitabile, quindi, sulla base delle caratteristiche sociali russe, che chi detiene il potere in Russia da un lato ne detenga molto di più rispetto a qualsiasi leader democratico, e dall’altro che in questo modo goda di un ampio consenso che si mantiene tale proprio nella misura in cui riesce ad esercitare il potere con autorità. Nel caso di Putin poi si aggiunge un ulteriore elemento: il caos e il disastro prodotto dagli anni di governo di Eltsin hanno ulteriormente rafforzato la domanda di stabilità e di ordine nell’opinione pubblica, che chiedeva una svolta nella leadership proprio come quella che per il momento Putin sembra riuscire ad impersonare.

Allo stato attuale dello scacchiere mondiale, la polarizzazione del potere in terra russa, è palese che i rapporti con la potenza egemone (USA) siano difficili per definizione e, in un ipotetico tentativo di ridurre la forbice rispetto al modello di vita, per la Russia, percorrere il complesso cammino verso l’affermazione di un’economia di mercato e uno Stato di diritto è senz’altro più arduo di quanto lo sarebbe in un quadro nazionale/federale di potere multipolare, per naturalità più flessibile; di contro, gli americani non hanno interesse a sostenere più di tanto il rafforzamento della Russia, se non addirittura si prodighino per il suo indebolimento.

I paesi europei avrebbero un interesse oggettivo al consolidamento di una Russia stabile e responsabile, ma, come già si diceva, la loro divisione sul piano della istituzioni politiche comunitarie, impedisce di elaborare un punto di vista europeo autonomo nel quadro mondiale e rende impossibile ogni strategia incisiva capace di individuare e sviluppare gli interessi comuni; quello che l’Unione sta attualmente facendo tra mille titubanze è solo una frazione minima di quanto potrebbe invece realizzare, non solo in termini economici ma soprattutto politici:  in generale è evidente che una Federazione europea significherebbe per definizione l’avvio di una fase multipolare nei rapporti internazionali che creerebbe un quadro molto più favorevole per lo sviluppo delle altre regioni del mondo.

Gli Stati Uniti d'Europa fanno più paura agli americani che ai russi.

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