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preferenzeGli uomini non cambiano: era il titolo di una famosa canzone cantata da Mia Martini qualche lustro fa. Ma, leggendo un illuminante articolo di Gian Antonio Stella pubblicato sul Corriere di domenica scorsa, vien da dire che invece cambiano eccome, specie sull’idea della legge elettorale, e, soprattutto - occorre purtroppo dirlo - a seconda delle stagioni e delle convenienze personali e di partito.

Il noto giornalista del Corriere ripercorre infatti gli umori e le posizioni di tutti i partiti, passati e presenti, sul nuovo gioco di società che sta imperversando nel Belpaese, ovvero il dilemma preferenza sì preferenza no e, di fatto, dal suo articolo, esce un quadro piuttosto sconfortante, fatto di amnesie, giravolte, contorcimenti logici, il tutto per giustificare cambi di posizione sulla questione.

Non che non sia lecito e opportuno cambiare idea - come diceva infatti Ciceronechiunque può sbagliare, ma nessuno, se non è uno sciocco, persevera nell'errore” – ma se sei un politico e hai delle responsabilità di governo, ma anche di opposizione, sarebbe opportuno che certi cambi di idea venissero spiegati, e magari, se non è troppo, in maniera argomentata e convincente.

 Altrimenti il dubbio dell’opportunismo rimane, e ciò non è un bene.

Stella parte da lontano, ricordando come, nel periodo di tangentopoli, erano delle vere e proprie mosche bianche coloro che, opponendosi al profeta della maggioritario uninominale Mario Segni, osavano sostenere il leitmotiv, direi quasi il mantra, che ripetono ossessivamente oggi i più agguerriti sostenitori della preferenza: ovvero la funzione della preferenza come baluardo della democrazia, intesa come potere dei cittadini di scegliersi i propri rappresentanti.

Stella elenca una serie di dichiarazioni e ragionamenti, fatti nel tempo, di insospettabili detrattori della preferenza, che oggi pare si dichiarino disponibili a bruciarsi vivi in Piazza Montecitorio, come bonzi tibetani, se la preferenza non sarà reintrodotta nelle legge elettorale.

Ne riporto alcune:

Gaetano Quagliarello, detto il Saggio, dixit: “La nuova stagione della politica è nata contro la raccolta delle preferenze e il clientelismo che comportava”. Lo stesso oggi dichiara: “Il Nuovo centrodestra è compatto e sulle preferenze andrà in fondo: l’elettorato deve scegliere i propri candidati, non vogliamo più un Parlamento di Nominati”.

Diciamo che, con questo doppio salto mortale carpiato all'indietro, Quagliarello avrebbe conteso l’oro olimpico, con ottime possibilità di spuntarla, perfino alla leggendaria Nadia Comanechi. Ma non è il solo, ce n' è anche per la sinistra.

Nel 1990 un appello dei leader comunisti delle regioni meridionali invocava la soppressione delle preferenze perché con quelle i politici erano “ostaggio nelle mani della mafia e dei clan” e occorreva “impedire alla mafia di gestire direttamente il consenso nei territori in cui operano le cosche”.

Visto che molti leader del centrosinistra pare abbiano cambiato idea, probabilmente, vien da dire, sono riusciti ad abolire per decreto legge, a nostra insaputa, sia la mafia che i clan.

Stella, a riprova del rischio del “controllo elettorale” da parte di cordate di candidati, cita un passo quasi antologico dell’estimatore di Neruda Clemente Mastella: “Era il 1976 e invitammo i cittadini di Benevento a votare l’anno, perché Ciriaco De Mita era il numero 1 della lista, io il numero 9, Gerardo Bianco il settimo e Giuseppe Gargani il sesto”.

Meno male che non era il 2000, sennò li volevo vedere.

Nell’articolo viene peraltro riportata una riflessione del professor D’Alimonte, docente della Luiss ed esperto di sistemi elettorali che, sottolineando l’estrema debolezza strutturale dei partiti di oggi – o di quello che ne resta – ha affermato che “il voto di preferenza rischia di distruggere definitivamente quello che resta della loro organizzazione e di aprire le porte a ogni sorta di influenza anche di tipo criminale, soprattutto in alcune zone del Paese”.

Affermazione sicuramente molto forte, suffragata tuttavia da un dato che deve fare riflettere: la differenza in percentuale, sul totale degli elettori, tra i votanti che scelgono di dare la preferenza e quelli che non lo fanno è elevatissima tra le regioni ove la criminalità organizzata è meno pervasiva – in Lombardia è di poco più del 10% - a quelle dove invece le organizzazioni mafiosi sono più strutturali – in Sicilia il 90% degli elettori utilizza la preferenza.

Qualche mese fa Matteo Renzi, che, come ricorda Stella, ha avuto tra i suoi consiglieri, sulla specifica materia, anche D’Alimonte, ha affermato : “Noi non pensiamo che le preferenze siano lo strumento della democrazia, ma tra averle e non averle preferiamo averle”.

La prima parte della frase mi sento di sottoscriverla in pieno: io non credo, non ho mai creduto, che la selezione della classe dirigente - nel senso di buona selezione - la faccia il meccanismo elettorale in sé, nel senso che prima, e ben di più, mi concentrerei sulle qualità che dovrebbero avere coloro che vengono messi in lista o nei collegi.

Ragionamento che apre il sipario su un argomento spinosissimo e totalmente sottaciuto ma che, prima o poi, dovrà essere affrontato con un minimo di serietà e prospettiva: come si formano le persone che devono occuparsi di quella che, con un’espressione bruttissima, ma che rende l’idea, chiamiamo “cosa pubblica”.

La politica – che la si chiami arte o mestiere - è un’attività difficile, la più difficile di tutte: richiede attitudine, oltre che competenze, perché si tratta di trovare soluzioni praticabili a problemi complessissimi, equilibri, capaci di reggere alla prova del tempo, tra interessi spesso ferocemente contrapposti, e, non ultimo, la capacità di immaginare non il domani, ma il dopodomani e oltre.

Insomma, vorrei che tramontasse definitivamente l’era nella quale un candidato, nella convinzione di dire qualcosa di utile e conveniente per raccogliere voti, e tra l’ovazione degli astanti, dice con orgoglio: “Votatemi, perché non ho mai fatto politica in tutta la mia vita, ma sono onesto”.

Il che equivarrebbe sentire dire, da un’aspirante Miss Italia: “Votatemi, perché sono una racchia pazzesca, ma tutte le domeniche faccio volontariato.”.

 

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