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Rampi-roberto mb

Non dobbiamo avere paura del privato, perché chi investe e scommette sul patrimonio di questo paese, sta facendo un atto pubblico. Dobbiamo fare in modo che questi investimenti e che queste risorse generino nuove risorse. È davvero in corso una svolta rispetto all’attenzione verso la cultura e alla cultura come centro dello sviluppo.

Perché questa svolta sia vera bisogna avere consapevolezza di quali sono i nemici che si hanno di fronte. I nemici più palesi sono quelli che sono stati citati più volte, quelli che dicono che con la cultura non si mangia. Sono i nemici più facili da combattere, perché si manifestano. Poi esistono altri tipi di nemici.

C’è un nemico più pericoloso, quello che pensa che la cultura sia un lusso e magari pensa che questo lusso sia qualcosa di importante, di utile da avere nei periodi in cui ce lo si può permettere, ma nei periodi di difficoltà ai lussi bisogna rinunciare. Noi    pensiamo un’altra cosa, pensiamo che la cultura non sia un lusso ma sia una necessità primaria.

Anzi, pensiamo che nei momenti di difficoltà, nei momenti di crisi, come la crisi che stiamo attraversando, che sicuramente è una crisi economica ma innanzitutto una crisi di identità, una crisi di senso e una crisi di comprensione del senso del proprio tempo, la cultura sia l’elemento chiave con cui si può uscire dalla crisi. Allora, quando noi pensiamo alla cultura come motore dello sviluppo noi pensiamo che da lì occorra ripartire, cioè occorra ripartire nell’investire nella cultura delle persone,    innanzitutto, e che il nostro patrimonio culturale, la nostra ricchezza turistica e le opportunità che questo paese può dare siano il motore vero per ritrovare un senso allo sviluppo del paese.

L’eredità che noi abbiamo alle spalle può diventare persino un limite, perché può diventare qualcosa che abbiamo paura di toccare, qualcosa che abbiamo paura di frequentare, invece la nostra eredità deve essere un elemento del futuro, un elemento per guardare avanti, per crescere, un po’ come quello che accadde nel Rinascimento italiano, che forse è stato il momento in cui l’Italia ha dato il massimo di sé, un’epoca in cui si è guardato ai grandi classici del passato con rispetto e con amore; non con timore, ma con l’idea di poterli rinnovare, di poterli reinterpretare. Questa città dove noi siamo oggi nasce grazie a quell’idea.

Noi oggi abbiamo bisogno, in Italia e in Europa (siamo nel semestre europeo),    di questa idea, di un’idea di rinascimento. E questo rinascimento può passare attraverso un nuovo rapporto con la cultura, pensando che, quando si ragiona    in termini di investimento e di sviluppo, si pensa sì all’indotto, si pensa sì a quello che può tornare direttamente, ma è molto più importante quello che torna sul lungo periodo, quello che nella capacità di fare qualunque mestiere, anche quello che può sembrare meno collegato con la cultura, l’investimento culturale produrrà come ritorno.

 È questa la chiave fondamentale, perché su questo si gioca la battaglia che ogni euro speso in cultura è un investimento. E, quindi, anche la battaglia che dovremo fare in Europa su come dev’essere calcolato un bilancio dello stato, quella per distinguere la spesa dall’investimento, perché questo è il tema fondamentale. E anche sul rapporto con il privato: noi non abbiamo paura di questa parola. Però, forse varrebbe la pena di tornarci un momento, e pensare se «privato» dipende da di chi è la proprietà, o se è la finalità che va valutata come privata o come pubblica. E, allora, noi pensiamo che chi investe e scommette sul patrimonio di questo paese, stia facendo un atto pubblico, e per questo gli riconosciamo un credito fiscale mettendo risorse pubbliche, non    cediamo al privato l’onere o l’onore di investire sul nostro patrimonio, perché con un art-bonus come questo è il pubblico che mette il 65 per cento delle risorse e il privato mette il rimanente 35.

Certo, cercando di generare un rapporto virtuoso, e questo sì che è importante. Dobbiamo fare in modo che questi investimenti e che queste risorse generino nuove risorse. Allora, in questo senso, la metafora del petrolio o del giacimento d’oro, è sbagliata    perché è una metafora che ragiona nel campo dello sfruttamento. Noi non dobbiamo sfruttare il nostro patrimonio: noi lo dobbiamo far fruttare, dobbiamo    fare sì che, come nella coltivazione, da un seme si generino piante, e che si generino frutti che generino nuovi semi, e che anche questi generino nuove piante e nuovi frutti.

È questo il meccanismo virtuoso con cui noi ci approcciamo alla cultura. E, ancora, sul concetto di «insieme»: mettere insieme cultura e turismo, perché l’unica possibilità che abbiamo per aumentare la presenza turistica in Italia, per qualificare la presenza turistica in Italia, per aumentare i mesi in cui l’Italia diventa metà turistica, è il nostro patrimonio culturale. Dobbiamo far sì che certe mete che sono percepite solo come mete, ad esempio, di turismo balneare, invece riscoprano la loro reale condizione di mete anche di turismo culturale, e quindi siano spendibili su tutto l’arco dell’anno; oppure dobbiamo far sì che i turisti non si fermino sulle tradizionali e classiche tappe del Grand Tour italiano, ma riescano a scoprire    quell’enormità di borghi e di paesi di cui la nostra Italia è fatta.

I contributi e le critiche, soprattutto le critiche, vanno ascoltate con attenzione.    Dobbiamo farne tesoro ma uscire da un’idea per cui tutto va male, per cui tutto viene criticato in maniera pregiudiziale e violenta: c’è un modo, c’è una critica che aiuta il bambino a crescere, e c’è una critica che fa sì che il bambino si demoralizzi e non si muova neanche più dal suo posto. Ecco, se l’Italia è un bambino, o meglio una bambina, ha bisogno di una classe dirigente che gli dica certo che cosa può migliorare, ma che gli dia coraggio verso questo miglioramento. Anche in questo senso io credo che occorra un nuovo Rinascimento.

Molti stanno dicendo e ci diranno che qualcosa in più si poteva fare. È a tutti evidente che, con riferimento all’art-bonus in particolare, a tutti noi vengono in mente mille altre occasioni in cui sarebbe giusto, dovuto, utile, efficace, applicare un credito fiscale. Però noi dobbiamo partire pur da qualche parte e dobbiamo partire anche con il passo giusto. Io sono un appassionato di montagna: chi ha la passione della montagna sa che, se si parte con il passo sbagliato, se si tenta di andare troppo in fretta, se si tenta di allungare troppo il passo alla vetta non si arriva mai.

È iniziata una nuova strategia che sempre di più deve essere rivolta in particolare ai lavoratori della cultura, perché noi abbiamo bisogno che i tanti talenti e le tante    energie italiane trovino un paese, una normativa che sia di stimolo e favorevole e non un impedimento. L’eccesso di legislazione italiana è un problema. Noi abbiamo bisogno di non fare nuove leggi ma di delegificare e quindi di realizzare quanto più possibile senza introdurre ulteriori normative. Stiamo iniziando un cammino che va nella direzione di una svolta definitiva rispetto all’approccio della cultura, sapendo che questa battaglia è una battaglia politica di prim’ordine, è una battaglia culturale e che dobbiamo aver presente, come dicevo, quali sono i nostri nemici ma dobbiamo pensare che là fuori abbiamo tanti alleati, tante persone che hanno voglia di investire, che mettono in campo ogni giorno il loro tempo, le loro energie come volontari, come    professionisti, come imprenditori, per far davvero ripartire questo paese, per dargli il ruolo che in Europa merita.

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