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olocausto

Così oggi è il 27 gennaio. Siamo abituati a vivere la Shoah come un evento lontano. Qualcosa al di fuori delle nostre case, delle nostra vite. Qualcosa di cui certo non parlare a tavola. Un orrore troppo grande perché il quotidiano possa contenerne anche solo un accenno. Non sopportabile da soli.

Abbiamo quindi giornate apposite per pensarci. La Giornata della Memoria. Ricordo che da bambino, nella mia scuola elementare, c’erano quattro o cinque cartelloni neri, pieni zeppi di foto. Occhi come i miei, vestiti a righe e aggrappati al filo spinato. Per anni questo è stato, per me, l’Olocausto. Qualche immagine un giorno solo, poi più niente. Una tragedia che veniva insegnata, come se il dolore si potesse insegnare.

Forse a sei, sette anni. Ma poi?

Un mondo, una società, devono crescere. Dimenticare quella strana idea secondo cui i nazisti erano brutti e cattivi di loro, a prescindere. È facile pensare che Adolf Hitler, o Himmler, o Goebbles, fossero uomini anormali. Creature. Abbiamo costruito la Memoria secondo uno strano e perverso manicheismo. Le svastiche erano le tenebre, gli internati dei campi la luce perseguitata. Strana idea che non ci porta da nessuna parte, e le teste di maiale di Roma ne sono solo l’ennesima, peraltro superflua, dimostrazione.

Dove abbiamo sbagliato in tutto questo tempo?

I nazisti bruciavano i libri. Non ce ne sarebbe bisogno: li dimentichiamo già da noi. Non solo delle stragi non abbiamo memoria. E, tra i tanti scritti che hanno fatto dell’uomo quel che, è vorrei ricordarne uno in particolare. Hannah Arendt, La banalità del male. Per chi lo conosce non servono parole; per chi non lo conosce, è la cronaca dettagliata del processo ad Adolf Eichmann. Colui che organizzava i treni della morte. La scrittrice annota una cosa significativa: non era niente di particolare. Niente di più, niente di meno, di quel che potrebbe essere o diventare ciascuno di noi. Adolf Eichmann era un uomo normale. Questo ci siamo dimenticati. Non abbiamo a che fare con supercattivi da fumetti, abbiamo a che fare con gente tale e quale a noi. Gente che si preoccupava che quei treni arrivassero in orario, come il ferroviere che la mattina ci scarica in università o al lavoro.

Eppure l’abbiamo dimenticato. Abbiamo fatto della Shoah una colpa di una sottoparte del genere umano e non del genere umano intero.

C’è una cosa che ho trovato davvero azzeccata nell’iniziativa dell’A.N.P.I. e dell’A.N.E.D. che la Sala Maddalena di Monza ha avuto la fortuna di ospitare proprio poco fa. Questo “riprendersi” la tragedia. Lasciar stare per una volta Primo Levi o gli altri sopravvissuti, delle cui parole troppo spesso abusiamo, e raccontare una storia comune. Avvicinare la tragedia agli ascoltatori, attraverso una lettera e la musica. Un’impostazione strana, diversa, personalmente mai vista. Un’impostazione che funziona. Non capiamo davvero un dramma finché non realizziamo che il vicino di casa, o il medico di famiglia, l’hanno provato davvero.

Sull’inizio dello spettacolo ci si chiede quasi che cosa c’entrino le parole con la giornata. Per certi versi, uno pensa di aver sbagliato posto. Si trova come in una casa, in una scuola, nel 2014, seduto in poltrona. Poi, pian piano, viene trasportato indietro nel tempo, nel suo personale oblio. Da una lettera, una Beatrice che lo porta come attorno alla questione, senza fargliela sentire. Per quasi tutta la durata della rappresentazione regge un’atmosfera strana in cui qualcuno si aspetta qualcosa che non succede, non succede, non succede. Sa che deve, dovrebbe. Sa che il lettore parlerà di Shoah, non sente ancora la parola.

E torna indietro con gli anni. Prima ancora della guerra, quando tutti sapevano che qualcosa sarebbe successo. Non solo i capi delle SS o delle SA. Semplicemente tutti: i macellai, i postini. Gli uomini come noi. Eppure continuavano ad andare a teatro, a messa, a fare la spesa, a tirar su i muri di quelli che sarebbero poi stati i campi di sterminio. Il sistema, con tutta la dovuta calma, li inglobava al suo interno e non li avrebbe lasciati andare mai più.

Poi la voce della lettrice sveglia chiunque ancora non sentisse i brividi sulla pelle. Arriva il colpo: come è morto il nonno. Esperimento “scientifico”. Sfinimento. Camere a gas. Fucilazione. Filo spinato. Dissenteria. Botte. Sono solo alcuni di tutti quei modi inventati da un uomo per uccidere un altro uomo. E lo spettacolo, la tragedia, si compiono. Restano solo la musica che copre tutto, lo spettatore sgomento del lampo con cui ogni cosa diventa realtà, il cittadino che realizza che quel fumo e quella puzza venivano da carne umana. Così rapido e terribile da non poter essere vero.

Invece, purtroppo, è quello che siamo.

E anche il Giorno della Memoria può essere beatamente inutile. Superfluo addirittura. Sta a ciascuno di noi valutarlo. La Memoria dovrebbe gettare ponti, anziché alzare muri. Altra frase che ho sentito questa sera. Ad oggi la Memoria, nel mondo, ha fatto ben poco. Certo un pianto collettivo è qualche cosa. Serve tuttavia a ben poco piangere, fosse anche tutti assieme, se nonostante il 1945 ci si mette a fare pulizia etnica in Istria e Dalmazia. In Armenia. In Rwanda. In Bosnia. In Polonia. In Palestina. E chissà in quanti altri luoghi.

Il secolo ventunesimo, con il populismo alle stelle e l’estrema destra rinvigorita come non mai, ha davanti a sé due strade. Può continuare così, almeno finché non vedrà una catastrofe nucleare asfaltare il mondo intero. Oppure capire che la Storia, e la Memoria, qualcosa dovrebbero insegnargli. Insegnarci. Capire che forse, domani, ricreeremo ancora una volta tutto quello che stiamo aberrando. E crescere di conseguenza.

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