
In queste settimane, con le iniziative di “dialogo” tra Trump e Putin e il fragile cessate il fuoco a Gaza per lo scambio di prigionieri, si è tornati a parlare di pace. Subito si sono alzate le voci plaudenti di Salvini, di Conte e dei cosiddetti “pacifisti”.
Tutti vogliamo la pace, tuttavia la domanda che ci si pone è: ma quale pace?
Quella dell’annessione dei territori invasi e occupati dai russi in Ucraina? Quella dello scambio commerciale, “terre rare” in cambio di ancora non si sa cosa? Quella del fare rientrare e rilegittimare Putin nei consessi internazionali a scapito dell’Europa? Quella della deportazione di due milioni di palestinesi, con la scomparsa della loro nazione e la creazione della “riviera del Medio Oriente”? Quella dei due stati, intesi come uno Israele e l’altro gli USA? Quella della impunità di Netanyahu e di Putin, ricercati come criminali di guerra dal Tribunale per i Diritti umani dell’Aia? C’è pace senza giustizia?
La guerra e i conflitti, anche per cause giuste, possono essere una soluzione per la pace?
E per quale? Quella della completa distruzione di Gaza, con i suoi 50 mila uccisi? Quella del 7 ottobre di Hamas, con 1500 civili innocenti massacrati e 300 rapiti, dei quali molti scomparsi? Quella del milione di morti tra civili e miltari ucraini e russi, dopo mille giorni di guerra? Quella dell’eroica resistenza e dell’appoggio di una giusta causa per i confini e la democrazia in Ucraina e in Palestina? Tutto ciò, però, giustifica milioni di morti e feriti?
Queste domande, all’interno di una questione così complessa, non hanno – almeno per me – risposte.
Il rischio è che se ne esca tutti sconfitti. Sia chi, strumentalmente, idealmente o ingenuamente, in questi anni ha evocato trattative e agitato la pace (sulla pelle degli altri), sia chi ha pensato che il conflitto (tra cui il sottoscritto) di per sé avrebbe portato alla salvaguardia dei sacrosanti principi internazionali.
In queste tragiche vicende, a dire il vero, c’è un unico “triste vincitore”. Ha vinto l’indifferenza, l’abitudine e la dipendenza della quotidiana “informazione”, la mancanza di mobilitazione delle coscienze, il silenzio della maggioranza dei popoli perché “non è una cosa che ci riguarda” e la crescente insofferenza di “usare i nostri soldi” non per i nostri di interessi.
Sembra che siano scomparsi gli anticorpi dell’indignazione e della mobilitazione, che per decenni – e per molto meno – avevano saputo scuotere coscienze e condizionare conflitti mondiali.
Io per primo, pur con decenni di militanza pacifista, dopo l’uccisione di ottomila ragazzi e famiglie inermi nella strage di Srebrenica (ex Jugoslavia) sotto gli occhi fermi dei soldati dell’ONU, ho cambiato la mia posizione, arrivando a ritenere che anche gli interventi militari siano a volte necessari a difesa della democrazia e delle popolazioni.
Qualcosa con queste guerre si è mosso, per piccole minoranze nelle piazze, sul web o nei salotti dei talk show. In questi contesti si è preferito scegliere di schierarsi come “tifosi” per la propria squadra.
Alla ragione della complessità si è preferita la semplificazione strumentale delle posizioni: i pro e i contro. Le condanne di Israele e del suo popolo, non di Netanyahu e di una parte dei suoi concittadini. Dei Palestinesi in quanto terroristi, non di Hamas e dei suoi militanti. Della Russia, non di Putin e di una parte del suo popolo.
Tacciando di “guerrafondai” chi ha sostenuto, e sta sostenendo, militarmente gli ucraini nella loro giusta causa; o di filo putiniani e antisemiti quei pacifisti in buona fede che evocavano la pace e la trattativa.
In tutto questo, ne esce sconfitta anche la memoria storica.
Quando i nazifascisti invasero l’Italia, se non ci fossero stati gli alleati, oltre che alla nostra resistenza, saremmo ancora un popolo libero? Questo valeva per noi, non vale anche adesso per le invasioni dell’Ucraina e della Palestina? Cosa penseranno i nostri genitori e nonni? Cosa penseranno le migliaia di soldati americani caduti che abitano i nostri infiniti cimiteri militari, quando oggi il loro Vicepresidente prima visita i campi di concentramento nazisti, e contemporaneamente invoca una vittoria dei neonazisti in Germania?
Indifferenza e mancanza di mobilitazione delle coscienze e delle persone! Parlo anche della sinistra, divisa ideologicamente tra “pacifisti a prescindere” e “interventisti comunque”.
Incapaci, al di là delle parole, di unirsi da subito sull’unica espressione unificante, richiamata più volte da Papa Francesco: “cessate il fuoco”. L’unica condizione possibile per salvaguardare vite umane e aprire spiragli di pace e diplomazia.
E adesso? Nel tempo dello smantellamento e svuotamento degli organismi internazionali multilaterali (ONU, OMS, Corte Penale Internazionale, Accordi di Parigi sul clima), non ci rimane che prendere atto impotenti delle sconfitte che deriveranno da “paci ingiuste”. Oppure ci resta la possibilità di rialzare la testa e trovare insieme un modo unitario per difendere il difendibile, quei principi ai quali siamo tutti comunque ancorati: pace e giustizia?
Ognuno lo potrà e dovrà fare singolarmente, con i propri gesti quotidiani. È però auspicabile che anche dal nostro partito e dal centrosinistra arrivino quelle proposte e iniziative che ci permettano di farlo insieme.
Il tempo è scaduto, anche per Calimero e per il PD. Muoviamoci!

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