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YES LOGO 3Alle nove della mattina anche Bruxelles si presenta assonnata. Con le tipiche case delle Fiandre, i tetti inclinati, forse un tocco di monotonia. Degrado nelle immediate vicinanze della stazione Gare de l’Ouest, normale per una città di certo laboriosa ma incapace di reagire al declino senza fine della civiltà moderna. Così, la prima visione avuta nella capitale del Belgio dal nostro baldo gruppo di Giovani Democratici è il cosmopolitismo delle periferie urbane del XXI secolo.
 
Ma già da subito la città si riscatta e copre la sua quotidianità con una gonna dorata. Dalla Bourse alla Grand Place, la piazza centrale della città, il mito belga si mostra in tutta la sua magnificenza. Sfarzo e una dose di civiltà invidiabile. Colpiscono diverse cose. Sicuramente la quantità industriale di cioccolaterie artigianali, ma non è questo il punto. Tra i negozi con i pavimenti in legno e gli scaffali zeppi di praline ne spiccano altri, colorati di blu e giallo. Pieni di bandiere. Bandiere europee. Qualcuno si chiederà con che coraggio le espongono. Ma fanno di più che esporle, in realtà. Ne vanno addirittura fieri. Prima “anomalia”, o forse normalità, che non si sa più percepire.
 
Il centro è relativamente piccolino e lo si gira in fretta. Passeggiando lungo Rue de la régence per salire al Palazzo di giustizia s’intravede il Parc de Bruxelles. Una volta in cima alla collina, di fronte al maestoso edificio neobarocco disegnato da Joseph Poelaert, si domina la città. Uno    skyline mozzafiato, dove tra una guglia gotica e l’altra si intravedono i grattacieli, quei volti più o meno moderni di quest’epoca.
Sembrano tutti uguali ma non lo sono. Forse le strutture possono assomigliarsi, ma restano simboli diversi. Da una parte, la Finance tower; dall’altra il    Parlamento Europeo, la Terra Promessa di questo nostro viaggio. Due mondi, per certi versi, opposti. Due anime di una stessa città. Ma non
è ancora il tempo di visitarli. Si scende verso l’Atomium, simbolo dell’EXPO belga del 1958, con una sola certezza: questi fantomatici parlamentari europei, da qualche parte, esistono.
 
Resta ancora da capire cosa esattamente facciano: scoprirlo è la nostra “missione” qui in Belgio, in parole povere.
 
Ad appianare questo dubbio si deve provvedere il secondo giorno. Visitati il Palais Royale, una sorta di Louvre in miniatura pur sempre molto appariscente, il Parc de Bruxelles e il Parlamento belga, si giunge al clou, alla risposta. La sede della Commissione europea, un’imponente struttura di vetro dagli svariati piani. Lì dentro, il buon Barroso, presidente della Commissione europea, e un esercito di funzionari preparano tutte le iniziative legislative dell’Unione. Proposte che fanno ancora strada, per essere discusse ed emendate, fino al Parlamento. Altro imponente complesso di edifici vetrosi dal numero indefinito di piani. Nella piazza interna, di fronte al grattacielo intestato ad Altiero Spinelli, c’è una ressa incredibile di uomini e donne che corrono. Spazzini, tecnici, funzionari, traduttori, portaborse, assistenti, parlamentari, turisti. Tutto o quasi, per strada, gravita attorno alle decisioni che si prendono
 (o non prendono) in quelle stanza. Esattamente come fanno gli avvenimenti nei paesi membri. Che se ne sia o meno consapevoli.
 
La visita procede secondo il rito, soddisfacendo qualche curiosità ma anche riempiendo di dubbi. Primo tra tutti: perché esistono funzionari strapagati, il cui compito è illustrare qualche cosa di tranquillamente leggibile su wikipedia? Domande esistenziali. Per fortuna giunge Antonio Panzeri, europarlamentare del PD, cha sponsorizzato il viaggio, a salvare la situazione. La discussione si sposta così da una teoria sterile alla pratica delle cose, alla vera Europa. Quella che agisce o quantomeno tenta di farlo. I temi sono i più disparati. Principe è l’Ucraina, ma si parla anche di cultura, integrazione, immigrazione, energia, politica estera, Turchia, Siria, Svizzera. Nonché di identità. Una parola importante che ovunque si sta perdendo di vista, che servirebbe ritrovare. Nel PD come nell’intera Europa.
 
Si lascia l’incontro per andare alla riunione del gruppo Socialisti e Democratici, i progressisti europei, con una domanda. Parafrasando Massimo d’Azeglio ci si chiede: fatta (più o meno) l’Europa, quando si faranno gli europei? Perché il quadro che emerge tra un parola e l’altra è quello di un’Unione fatta di paesi ancora troppo individualisti e opportunisti. Basti pensare alla Francia,
che si oppone alla sede unica del Parlamento europeo per proteggere Strasburgo; o all’Inghilterra, che boccia sistematicamente l’UE, ma è in prima linea per chiedere fondi di fronte alla necessità. Qualcosa che il funzionario aveva giustificato come miglior risultato ottenibile. Frase chiaramente inadeguata, atta a nascondere che se non si cambia l’Europa si muore tutti quanti assieme.
 
Perché purtroppo la frammentazione domina ancora lo scenario. Lo si vede nella conferenza di gruppo, dove le posizioni dei parlamentari dell’Est e di quelli dell’Ovest sono ideologicamente diverse, in un clima da mai sanata guerra fredda. Il problema che non si è capito è che non basta un esercito di traduttori per abbattere muri interculturali. Colpisce comunque un’altra cosa: il deserto della sala. Ricorda quasi uno di quei vecchi film western, con i paesini abbandonati e nessuna traccia di vita; oppure il Parlamento italiano, dove tra un assenteismo e l’altro si arenano le
risposte alla crisi. In ciascuno dei due casi, non si tratta di belle immagini.
 
 Dopo cena, per le strade di una città austera e disanimata, la domanda è: che Europa è questa?
 
Il giorno seguente si visita di nuovo il Parlamento, per un incontro con il  Thomas Maes, segretario delloYoung European Socialists, lo YES. Un’ora di esercizio di inglese in cui si riaccende un pochettino la speranza sul futuro. Per quello che è oggi l’Europa è addirittura plausibile che il Front National superi il 30%; per quello che potrà essere domani Grillo&Co. cesserebbero di esistere. Non che le parole di Thomas Maes siano particolarmente illuminanti o indichino il cammino per il Nirvana.
Però lo slancio, l’interesse, con cui si affronta la questione rinvigoriscono i cuori. È stata la voglia di lottare per un’Unione diversa a mancare, fino ad adesso. Questa generazione, vessata dalla crisi e affamata da colpe che non ha, sembra ritrovarla.
 
Tuttavia la questione, a questo punto, non è sperare. È agire.
 
 

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