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Central_Park

Chissà che cosa viene in mente per prima. Luoghi forse, come Manhattan, Hollywood o il selvaggio West. Oppure monumenti; la Statua della Libertà, il Memoriale dell’11 settembre.

O ancora, edifici, dalla Casa Bianca al Pentagono al Palazzo di Vetro. E, perché no, anche persone. D’altronde, negli States c’erano e ci sono fior di grandi. Dai padri fondatori a Roosvelt, a JFK o a Barack Obama. Il tutto lasciandone fuori a centinaia, geni più o meno compresi, affermati e conosciuti in tutto il mondo. Trascurando ovviamente, nel limitato elenco, anche quei soggetti “cattivi” (per non dire di peggio) ma comunque noti che hanno servito la bandiera a stelle e strisce.

Tutti uomini fin qui accomunati da una caratteristica: fama. Li conosciamo, ne parlano giornali e libri di storia, e abbiamo poster coi loro bei faccioni nelle nostre stanze. Oggi non voglio parlare di uno di loro. Oggi voglio parlare di Edward Irving Koch. Dire che persone semisconosciute abbiano molto da insegnare è retorica. Trovarne una può avere un’utilità. Ma serve una premessa. Una piccola puntata a New York, dove tra un grattacielo e l’altro spicca uno dei luoghi più amati dai cittadini, un vero e proprio simbolo della Grande Mela. Central Park.

Aperto nel 1856, è una meraviglia della tecnica. Laddove non si poteva avere un parco, i progettisti Olmsted e Vaux crearono 341 ettari di verde. Ad oggi, ospita anche diversi laghi artificiali, due piste di pattinaggio ed è circondato da una strada lunga circa 9,7 km. Una meraviglia, in parole povere. Che però non è sempre stato così. Verso la fine degli anni ’70 del secolo scorso anche Central Park si è trovato a vivere un periodo di crisi. Costoso, mezzo abbandonato, pericoloso. Non esattamente quel rifugio di pace che i costruttori avevano ideato nel cuore della city.

Che fare? Svuotare pressoché definitivamente le casse dell’amministrazione pubblica, svendere tutto, ettaro dopo ettaro, ai privati, o lasciarlo marcire? Tante ipotesi, una peggiore dell’altra. Bisognò aspettare il 1981 perché qualcuno avesse un’idea. Un’idea geniale. Quel qualcuno era proprio “Ed” Koch, il sindaco di New York. Semplicemente, il parco non avrebbe più pesato e basta sulle tasse. In parte, in gran parte, avrebbe contribuito da sé.

Come dare a 341 ettari di verde la possibilità di aiutare sé stesso e i propri concittadini era una bella sfida. Un concerto un’ottima risposta. Un concerto che salvasse il parco. E l’idea di Ed andò in porto. 19 settembre 1981. Una data che sarebbe entrata nella storia della musica. Non era un live come tanti altri. Era il live in Central Park. Ladies and gentlemen: Simon and Garfunkel. E dopo undici lunghi anni il sindaco di New York annunciò la reunion di un duo tra i più famosi di tutti i tempi. Il tutto davanti a 500 mila persone, riunite in nome dell’arte e per beneficenza, per salvare un vecchio amico che stava male. Il loro parco. Quanti modi per proteggere il bene comune.

D’altronde, il verde non è esattamente abbandonabile a se stesso. Ha bisogno di una tutela costante e di una cura minuziosa. Qualcosa di molto, molto costoso. E i Comuni, di media, riescono appena a badare al sociale nel parificare il bilancio. Trovare i soldi per risorse economicamente improduttive, poi, è un altro paio di maniche. Figuriamoci poi trovare i soldi per la cultura, per l’arte, per i musei. Non parliamone. Se questi beni andassero a pesare integralmente sulle casse pubbliche non avremmo né pinacoteche né la possibilità di andare ad ascoltare della buona musica dal vivo. C’è chi opta per questa soluzione: palazzi o luoghi sacri, pieni di quadri o prati, pieni di possibilità lasciate tutte quante a marcire. A farsi mantenere nell’attesa che l’amministrazione non ce la faccia più e chiuda i rubinetti. A farsi mantenere nell’attesa di scomparire inghiottiti dall’incuria.

Ma c’è anche chi non ci sta. Perché il denaro non può imporci l’abbandono di quel che ci rende più umani e più vivi. E allora l’arte, la musica, la passione per la vita dobbiamo portarle qui, nelle nostre città. Nelle case prima di tutto,  ma anche nelle strade e nei musei, nelle ville. Ma anche nei parchi. Ovunque. Ovunque ci sia bisogno di rinvigorire qualcosa, qualsiasi cosa, non appendiamolo alle finanze pubbliche con la coscienza che domani finirà nelle mani di un privato. Riempiamolo, lasciamo che lo si riempia, di arte e di musica, e di vita.

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