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"Il riformismo è una metodologia da applicare alla iniziativa politica con l'intento di favorire una evoluzione degli ordinamenti politici e sociali mediante la teorizzazione e l'attuazione di riforme. Le riforme possono essere in certi casi graduali e progressive, in altri possono avere un contenuto più ampio e introdurre cambiamenti consistenti nella struttura preesistente". Così recita wikipedia e un po' tutte le enciclopedie. Aggiungo che il termine riformismo è nato all'interno del movimento socialista per indicare una corrente di questo movimento che proponeva un mutamento sociale graduale attuato appunto attraverso riforme e che si opponeva alla corrente massimalista che attendeva l'ora x per scatenare una rivoluzione violenta.

E' importante rifarsi a questo dato storico per non togliere al termine la sua carica di trasformazione della società. Se lo si riduce, come fa Fioroni sul Corriere della Sera, ad un ruolo di mediazione tra innovazione e conservazione o tra strati sociali, si coglie solo l'aspetto tattico del riformismo e non la sua carica innovativa complessiva. Prodi nel dare il suo assenso alla formazione del PD disse che volevamo dare vita ad un partito riformista.

Negli ultimi anni il termine riformismo ha assunto un significato completamente errato di cambiamento. Il cambiamento non è riformismo. Il problema, però, non è quello di mettere etichette, è di capirsi nei contenuti.

Premesso che comunismo e socialismo sono teorie del cambiamento superate, nel metodo e negli obiettivi politici oltre che per la disastrosa applicazione realizzata in molti paesi, possiamo dire che il capitalismo nella sua fase attuale, quella neoliberista, è il punto di approdo finale dell'elaborazione umana? Di fronte alla crisi economica, la più grave del capitalismo anche rispetto a quella del '29, possiamo continuare ad accettare una logica di mercato perversa che ha gonfiato il settore finanziario in modo tale da soffocare l'economia reale, mettendo in difficoltà lavoratori dipendenti, lavoro precario, lavoratori autonomi, piccole e medie imprese? Non è questo l'oggetto del contendere dello scontro, tutt'altro che scontato nel suo esito, tra Obama e Wall Street impersonificata dalla William Sachs? Se non c'è nulla da fare in questa direzione non rimane che rassegnarsi e pregare per chi crede,però occorre sapere che senza questa speranza la gente sarà sempre più preda dei seminatori di paure, dei manipolatori di coscienze e di coloro che propongono chiusure localistiche e a poco varranno i nostri richiami a valori morali o religiosi.

Il riformismo ha questa carica di ricerca di assetti nuovi di estensione della democrazia che noi non dobbiamo banalizzare. E' un grande impegno quello di elaborare una nuova teoria del cambiamento che ridia speranza e che rimetta in moto il meccanismo inceppato dell'emancipazione sociale. Non siamo soli in questo sforzo, ci sono forze culturali nel mondo di diversa provenienza politica e religiosa che probabilmente sono più avanti di noi in questa elaborazione. Dobbiamo avere più determinazione e credere fermamente che ciò sia possibile e che sia interesse della stragrande maggioranza dei cittadini di tutti i paesi del mondo. Pretendere che in questo processo, in Italia, le sensibilità che hanno dato vita al PD siano presenti, è cosa non solo giusta, ma anche necessaria per lo sforzo culturale che dobbiamo fare. Dobbiamo però rifuggire da vecchie logiche, nelle quali si contano i cattolici, i comunisti e via discorrendo: ragionare in questo modo mette in evidenza una voglia di ritorno al passato che attende solo l'occasione buona per manifestarsi e, al tempo stesso, è sintomo di un disimpegno nella costruzione di una nuova cultura di partito. Una cosa è portare sensibilità diverse altra cosa è fare la conta secondo vecchi schemi non più applicabili.

Dietro questa concezione ci sta una visione sbagliata della lotta politica che recita più o meno così: Il sistema va bene, e se a dirigerlo ci fossero uomini più giusti, più onesti, più attenti alle esigenze dei cittadini vivremmo quasi in paradiso. E' la stessa analisi minimalista della crisi che ne fa risalire le cause agli squali di Wall-Street, ai quali peraltro non si riesce nemmeno a togliere un centesimo dalle tasche. Secondo la concezione che gli uomini e non il sistema o le politiche di cui sono portatori stanno a fare la differenza, la politica diventa scontro di potere e mera mediazione tra innovatori e moderati come se dietro a questo non ci fosse alcun conflitto di interessi ma solo capacità e onestà.

D'altra parte alla nostra sinistra e in un'area non piccola di astensionismo, si pensa ad un ritorno a politiche vecchie che ripropongono una rifondazione della sinistra di tipo sessantottino non priva di derive populiste, che di fatto si riduce ad una difesa di conquiste indifendibili nella nuova stratificazione sociale uscita dalla crisi del fordismo e una visione antica della difesa dell'ecosistema.

Per conciliare tutte queste tendenze e tenere unito il partito non c'è bisogno di una capacità di mediazione, anche se la mediazione appartiene per definizione alla politica, ma una capacità di rendere credibile un progetto di cambiamento sociale in cui gli attori che vogliamo rappresentare si identifichino e si sentano protagonisti.

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