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logo pdL’Assemblea nazionale del Pd si terrà il 7 luglio all’hotel Ergife di Roma: niente rinvii o dubbi, soprattutto dopo un voto come quello dei recenti ballottaggi che ha inferto al partito un colpo durissimo. Cosa dovrebbe decidere il parlamentino dem? Le ipotesi, in estrema sintesi, sono due: o eleggere Maurizio Martina segretario a tutti gli effetti, dunque non più “reggente” fissando il congresso a dopo le Europee e prevedendo una grande iniziativa di ridefinizione dei compiti del Pd da tenersi in autunno; o sciogliere subito il nodo gordiano andando al congresso entro l’anno.

“Ci sono dei pro e dei contro per entrambe le soluzioni. – scrive il sito Democratica – Nel gruppo dirigente del partito ci si sta interrogando, con un spirito meno polemico e sospettoso del solito, su quale sia la strada migliore. Il presidente del Pd Matteo Orfini, al Manifesto, ha detto che “con le nostre attuali regole il congresso è una conta su dei nomi che serve a ridefinire gli equilibri interni del Pd. Per aprire una fase costituente bisogna invece ripensare il Pd, le sue regole, darsi il tempo che serve per coinvolgere chi non ci ha più votato”: è la prima delle due strade che abbiamo indicato prima.

Ma c’è anche chi ritiene di sentire una domanda che sale non solo e non tanto dalla base quanto da zone importanti di elettorato e di osservatori: quella di un chiarimento esplicito sulle opzioni in campo, il che non potrebbe che avvenire che in una cornice congressuale, magari con regole in parte nuove in grado di consentire un dibattito vero alla base”.

“D’altra parte – continua Democratica – in questi giorni si moltiplicano le prese di posizione e le proposte, per quanto embrionali, sul futuro del Pd. Come quella dell’ “andare oltre” di Carlo Calenda a quella della ri-definizione del Pd venuta da Nicola Zingaretti, che ha parlato esplicitamente di “capitolo chiuso” con riferimento alla stagione di Renzi. Mentre Martina, Orfini, e con toni diversi Lorenzo Guerini e probabilmente anche il giro stretto dei renziani ritengono che su questo Pd bisogna lavorare ma nel senso dell’allargamento e del superamento di certe angustie organizzative e politiche che hanno caratterizzato gli ultimi anni. Se non si riuscisse a ricondurre a un quadro unitario tutte queste opzioni, condividendo dunque un percorso più lungo, diventerebbe inevitabile accelerare i tempi congressuali. Il rischio di una mera “conta” esiste, anche se è condivisa l’esigenza di non lacerare ulteriormente il tessuto del partito: ma è anche pressante l’urgenza di dare un segnale di novità, che non potrebbe non riguardare anche i gruppi dirigenti e il leader. E in questo quadro si considera Zingaretti già in campo. Il presidente della Regione Lazio non ha dubbi: “Serve un congresso vero prima delle Europee”. Insomma, siamo un po’ al solito problema: come far quadrare il cerchio, in un contesto che questa volta è maledettamente più complicato di tutte le altre volte. Ma l’unica cosa certa è che l’assemblea del 7 una strada la imboccherà, sperando che non sia un vicolo cieco”.

 

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