corona virusIn questo periodo di quarantena siamo costretti all’otium, un’attività ormai caduta in disuso per i più ma, per chi si trova nel fiore degli anni, una dura scoperta.

Vivere consapevolmente una fase epocale e complessa come questa, sta costringendo molti adolescenti a conoscere se stessi nei momenti di più assoluto silenzio.

Sono un nativo digitale, una persona che è cresciuta parallelamente ai maggiori social network, una persona che vive la propria socialità sfruttando i mezzi tecnologici sebbene mai li abbia ritenuti indispensabili nella coltivazione di un rapporto. Nel corso della mia vita ho pronunciato con cognizione di causa inizialmente la locuzione social network e solo di seguito, nei primi anni delle scuole superiori, la parola socialità, poiché quest’ultima appartiene ad una sfera che ormai tutti i millenials in potenza non posseggono più.

Chiudere la porta con l’esterno mi ha concesso di dedicarmi con più tranquillità alle mie passioni, la musica, lo studio, i disegni o la lettura; sin da subito ho sperimentato un senso di appagamento nello scoprire che questa rilassatezza era pedissequamente seguita da un notevole aumento della mia creatività e della mia operosità, difatti ho suonato, ho aperto libri che ancora non conoscevo, ho disegnato e mi sono sentito meglio, ma, alla fine delle due settimane dall’annuncio del lockdown, mi sono iniziato a chiedere se la realizzazione materiale delle attività che stavo conducendo non fosse solo il frutto della mia rilassatezza, ma il figlio di un ‘‘horror vacui’’. Abusando di una perifrasi che accademicamente riferiamo alla mentalità altomedievale, intendo descrivere il sentimento di frenesia che caratterizza la vorace ricerca di ‘‘qualcosa da fare’’. Mi ritrovo a pensare che per la mia generazione, cresciuta nell’epoca di cui parlavo precedentemente, soprattutto per chi e per disinteresse e per disponibilità economica non ha passatempi, quando si raggiunge quel confine tra laboriosità e svogliatezza (molto labile, data la scarsa pazienza dei più), il silenzio diventa veramente assordante. Credo personalmente che nessuno mi abbia mai insegnato ad amministrare i miei tempi morti, ma soprattutto quanto questi siano importanti per la consapevolezza di sé nello spazio. Dati l’imperizia giovanile e la possibilità di accesso subitanea a enormi moli di materiale di intrattenimento, siamo istintivamente abituati a riempire quei buchi della nostra giornata per evitare di sentirsi a disagio e annoiati, ma adesso che questa pratica rischia di reiterarsi all’infinito e per molte più ore del solito la cosa più utile da fare sarebbe conoscersi. Il silenzio spesso è considerato come uno spazio negativo, ma la staticità di questi giorni mi ha permesso di spostare il punto di vista su di me. Mi sono accorto che sebbene io, da quando sono nato, abbia passato circa 160000 ore con me stesso, non mi conosco.

Bene. Questo periodo di chiusura, di distanziamento sociale e di difficoltà deve, a tutti gli adolescenti, che ancora non si sono scoperti, che non si sono mai ascoltati e che talvolta sono schiavi della scansione del tempo dei giorni nostri, uno spazio personale: uno spazio che deve essere volto alla comprensione dei propri impulsi e alla riscoperta del tempo. Il silenzio così si profila non più come un nemico, bensì come una fase di studio, di concentrazione e di falsa comunicazione con ciò che ancora ci è ignoto.

 

 

 

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