totoSe il titolo vi lascia perplessi, o vi induce alla diffidenza, non preoccupatevi. Non siete i soli. E’ la reazione che si incontra usualmente in coloro ai quali si tenta di spiegare, per la prima volta, una tradizione nata a Napoli tanti anni fa e che, come raccontano anche le cronache odierne, da un po’ di tempo ha ricominciato a diffondersi di nuovo, non solo a Napoli e non solo in tema di caffè. Cosa è, dunque, un "caffè sospeso"?

In maniera miseramente prosaica si può dire che è un caffè pagato e non consumato, lasciato a qualche avventore che verrà dopo di noi e che, presumibilmente, fa fatica a spendere anche solo un euro al giorno per consumare quella che è la bevanda calda più amata e popolare d’Italia.

Ma la prosa non è sufficiente a raccontare il significato di questo gesto. Occorre la poesia.

Quella che sapeva mettere in ogni suo racconto lo scrittore Tonino Guerra, il grande sceneggiatore dei film di Federico Fellini e Vittorio De Sica, Antonioni, Monicelli, Visconti, che per primo mi ha fatto conoscere questo gesto raccontando, in un’intervista di tanti anni fa, un episodio di vita vissuta capitatogli a Napoli in compagnia di Vittorio De Sica, allorquando si stava girando il film "Matrimonio all’italiana", tratto dal capolavoro di Eduardo De Filippo “Filomena Marturano”.

Entrato in un bar a bersi un caffè insieme al grande regista napoletano, Guerra vide affacciarsi un signore che, educatamente, rivolgendosi al barista, chiese: “Che, tenite nu sospeso?”. E, a un cenno del giovanotto dietro al bancone, vide il signore entrare e bersi il caffè frattanto preparatogli dal barista.

Guerra si rivolse a De Sica con espressione incuriosita e De Sica gli spiegò che si trattava di un’usanza diffusasi a Napoli dopo la guerra quando il caffè, la bevanda popolare per eccellenza, era diventata un bene di lusso per la gente più povera: chi se lo poteva permettere, specie dopo avere ricevuto una bella notizia, pagava un caffè in più di quello consumato, lasciandolo pagato - appunto in “sospeso” - per chi fosse entrato dopo di lui e, non potendolo pagare, avesse chiesto se c’era un caffè pagato in più da potersi bere.

Guerra, commentando questa usanza, usò parole bellissime, spiegando come - al di là del gesto in  sé - quello che lo aveva toccato di più era l’idea di generosità pura che lo muoveva poiché chi decideva di offrire un caffè sospeso rifiutava consapevolmente perfino la ricompensa di un semplice grazie da chi poi lo avrebbe consumato.

Era un caffè offerto all’umanità, come ha spiegato in un libro intitolato, non a caso, “Il Caffè sospeso”, lo scrittore Luciano De Crescenzo: “Quando un napoletano è felice per qualche ragione, invece di pagare un solo caffè, quello che berrebbe lui, ne paga due, uno per sé e uno per il cliente che viene dopo. È come offrire un caffè al resto del mondo…”.

Questo gesto ora si sta diffondendo oltre “a tazzuella e café” in librerie, negozi di alimentari, panetterie, dove chi può paga più di quel che compra, lasciandolo un libro, del pane “in sospeso” per chi ha meno: un’iniziativa con lo scopo di rafforzare i legami sociali e di donare un po’ di gioia a un estraneo che pure condivide con noi l’avventura di essere umano.

Eppure, anche dopo questa spiegazione, resta sempre qualcuno che solleva obiezioni a questo gesto: che questo genere di solidarietà non arriva a chi ne avrebbe più bisogno, ovvero i poveri e gli emarginati, perché uno può fare il furbo e consumare a scrocco anche se non ne avrebbe  bisogno; oppure che “il caffè sospeso” non è altro che una scaltra strategia di marketing delle caffetterie, che intascano facilmente i soldi dei clienti senza dichiarar nulla all’ufficio fiscale; o, ancora, che certo non basta un caffè per aiutare chi ne ha bisogno.

Obiezioni logiche, non dico di no, ma frutto di una visione decisamente prosaica della vita, con qualche punta di esagerato cinismo.

Certo ci sarà anche lo scroccone che si berrà il caffè pagato; o il barista che vedrà l’iniziativa come occasione di pubblicità, o quello che farà un solo scontrino (qui basterà chiedergli l’emissione dello scontrino su tutto l’ammontare pagato) o che intascherà i soldi in più senza offrire quelli già pagati.

Ma non mi paiono ragioni sufficienti per non desiderare che questa tradizione si diffonda anche da noi.

Sarà perché a me piace la poesia, come a Tonino Guerra.

 

 

   

 

 

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