Il nove maggio abbiamo festeggiato la festa dell'Europa; quest'anno poi siamo alla vigilia delle elezioni europee ed è giusto proporre una riflessione al riguardo.
Come dice il sito istituzionale dell'Unione Europea, il 9 maggio 1950, Robert Schuman, l'allora Ministro degli Esteri francese, presentava la proposta di creare un'Europa organizzata, indispensabile al mantenimento di relazioni pacifiche fra gli Stati che la componevano.
La proposta, nota come "dichiarazione Schuman", è considerata l'atto di nascita dell'Unione europea.

 


Questa giornata (Festa dell'Europa) del 9 maggio è diventata un simbolo europeo che, insieme alla bandiera, all'inno, al motto e alla moneta unica (l'euro), identifica l'entità politica dell'Unione Europea. La festa dell'Europa è l'occasione di dar vita a festività e di organizzare attività che avvicinano l'Europa ai suoi cittadini ed i popoli dell'Unione fra loro.

Mi chiedo però quale esperienza vissuta abbiamo noi dell'Europa, anche se oggi, anno 2009, verrebbe da chiedersi che esperienza abbiamo dell'Italia come Patria e forse anche della regione Lombardia, poi giù fino alla Provincia di Monza e della Brianza e al Comune in cui viviamo, Monza per la maggioranza di noi.
Ho infatti la sensazione che molte cittadine e cittadini non riservino quel piccolo ma importante e continuo spazio per una riflessione che non ci faccia dimenticare che le istituzioni che accompagnano lo svolgersi della nostra vita contribuiscono ad essere quel che siamo. Mi dispiace che il 25 aprile e il 2 giugno i nostri balconi non siano guarniti di bandiere tricolori e che il 9 maggio della bandiera blu con dodici stelle, simbolo non già del numero di stati aderenti ma della completezza che tradizionalmente il numero dodici esprime.

Ed ora vi voglio dire della mia Europa, quella che percorro e frequento da più di quindici anni da quando il mio lavoro mi ha portato a partecipare a progetti di Ricerca Scientifico-Tecnologica, condividendo con imprese, centri di ricerca e università la sfida di presentare proposte di progetti, attendere i risultati della selezione e, nei casi favorevoli, di svolgere nei tempi prefissati tali progetti.
Uno dei vincoli principali di questi progetti è la trans-nazionalità dei partecipanti: questo vuol dire lavorare fianco a fianco per qualche anno con persone di altra nazionalità europea. Vuol dire poi cenare insieme, e per chi ne è capace, ballare... Insomma vuol dire avvicinarsi, attraverso questi contatti, a realtà, tradizioni, modi di lavorare diversi.
Vuole anche dire estendere il proprio spazio di riferimento: quando per anni si viaggia e si frequentano certi luoghi, si finisce per sentirsi a casa anche se ci si trova oltre confine a centinaia o poche migliaia di chilometri da casa.
Vuol dire capire, nella stragrande maggioranza dei casi, che le persone che vivono in altri stati europei ma con le quali sui collabora su temi importanti che segnano la nostra capacità di costruirci un futuro, vivono le nostre stesse ansie, passioni, tensioni.
Cambia la lingua, cambiano gli orari, cambiano i menu (per noi sempre in peggio!), cambiano - non di molto - le tradizioni, ma non cambia l'essenza della vita. Muoversi a MIlano o a Bruxelles, Nantes, Grenoble, Stoccarda, Monaco di Baviera, Amsterdam tanto per citare i posti da me più frequentati, conoscendo quel po' di lingua inglese che permette di comunicare non è poi così differente.
Da ultimo voglio attualizzare questa mia esperienza avendo modo in questi ultimi due anni di frequentare alcuni stati dell'Est Europa. Mentre il muoversi nelle città dell'Europa consolidata che ho testé citato non ha mai suscitato in me sensazioni di estraneità, devo dire che muoversi all'Est genera qualche sensazione diversa, ma preciso subito per quanto riguarda le persone, quando ci si trova a condividere lo stesso tavolo di lavoro, non ho colto sensazioni di diversità così evidenti; certo, la lingua fa la sua parte, e mentre il francese, lo spagnolo e il tedesco, per quanto non le si parli, siano lingue che ci hanno sfiorato, le lingue slave hanno un impatto diverso.
Si coglie invece la diversità nell'urbanistica (mancata, purtroppo) di molte di queste realtà dove, centri storici a parte, si trovano obbrobri che facciamo fatica a digerire. Ribadisco però che la condivisione di lavoro, cene e balli ci fa capire che le diversità che escludono provengono da noi stessi, dal nostro immaginario, da chi ci instilla preconcetti e pregiudizi malvagi.
Ho voluto semplicemente trasmettervi queste considerazioni perché sono contento di sentirmi cittadino europeo e che l'Europa ci è molto più vicina di quanto possiamo pensare!

Paolo G. Confalonieri

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