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pd_senza_giovaniSecondo un recente studio di IPSOS, la metà degli elettori del Partito Democratico italiano (PD) ha più di 55 anni (sono il 38% di tutto l’elettorato), e più di un terzo è sopra i  65 anni (24% di tutto l’elettorato). Il PD ha le percentuali peggiori tra giovani, disoccupati e liberi professionisti – proprio dove il Movimento Cinque Stelle ha ottenuto i risultati migliori. Il PD è primo (al 37%) solo tra i pensionati.

 

Con queste cifre in pochi anni il PD sarà relegato a un ruolo marginale e il centro-sinistra perderà ogni possibilità di vittoria. Epifani, il “traghettatore” del Partito Democratico, viene da un sindacato che va incontro alla stessa sorte. Su cinque e mezzo milione di membri della CGIL, oltre tre milioni sono pensionati.

Il PD ha bisogno di una nuova strategia che si rivolga a delusi del centrosinistra, ai giovani disoccupati e ai professionisti a inizio carriera. Quello del centrosinistra non è, come dicono molti, solo un problema di comunicazione. Manca piuttosto un nuovo stile di politica. Tre punti da cui ripartire: (1) più attenzione verso la “società civile non organizzata” e gli outsider del mercato del lavoro, (2) apertura delle strutture di partito, e (3) nuovi modelli di campagna elettorale che coinvolgano gli elettori tra un’elezione e l’altra.

Gli outsider

Per troppo tempo il PD ha ascoltato solo la società civile organizzata (associazioni professionali, i sindacati, la Chiesa, etc.). Il risultato è che la cassa integrazione straordinaria è l’unico ammortizzatore sociale del paese. La contrattazione collettiva ha lasciato fuori i giovani e outsider del mercato del lavoro, gli atipici. Ci vuole una nuova politica di welfare veramente “nazionale” che dia priorità a sistema di ammortizzatori sociali universalistici. Una seconda misura necessaria è l’imposizione di un salario minimo (non un reddito minimo) per tutti, compresi i professionisti con contratti a breve termine che non sono coperti dalla contrattazione collettiva. Il modello belga offre un esempio di come contrattazione collettiva nazionale e salario minimo universale possono convivere.

Riforma dei partiti

Il PD ha bisogno di ripensare radicalmente la sua struttura interna e mentalità. I partiti politici – e la democrazia rappresentativa – possono sopravvivere soltanto abbracciando il cambiamento e non guardando a un passato mitico costellato da sconfitte. La prima causa della crisi dei partiti è la loro incapacità di rinnovarsi. Cambiare la struttura del PD è condizione necessaria per cambiarne lo stile, ampliane il consenso e vincere le prossime elezioni. Troppo tempo e risorse sono spese in dibattiti autoreferenziali. Per vincere il PD ha bisogno di ridurre il proprio apparato, e di creare due gruppi che si occupino professionalmente di Policy Research e Outreach. Senza le province potranno essere soppresse anche le articolazioni provinciali del partito. Un apparato più ridotto, assemblee locali e nazionali meno numerose libererebbero risorse per attrarre nel PD professionalità che provengano dalle professioni liberali, dalla ricerca e dalla comunicazione. C’è anche bisogno di processi decisionali più democratici e di un migliore dibattito interno. Per esempio, i congressi locali dovrebbero venire prima – e non dopo – il congresso nazionale.

 

C’è anche bisogno di ripensare a come attrarre nuove generazioni e dar loro responsabilità. La giovanile del PD dovrebbe offrire borse di studio, e non rimborsi spese, ai suoi dirigenti sotto i ventisei anni, e dovrebbe essere maggiormente integrata nel corpo principale del partito (come gli Young Labour). Infine, le primarie aperte sono una risorsa da accettare senza riserve, sia per la premiership che per il partito. Ciononostante il calo dei votanti (da quattro milioni e mezzo nel 2005, a tre milioni e mezzo nel 2012), e gli ultimi risultati elettorali dimostrano che da sole le primarie non bastano. È altrettanto importante rinnovare la forma partito e imparare a fare campagne elettorali che si rivolgano a un elettorato senza appartenenze politiche fisse.

Campagne elettorali

Il Partito Democratico ha raccolto, dal 2005 a oggi, i dati di milioni di elettori senza mai usarli. La campagna di Obama ha dimostrato come database e micro targeting  sono essenziali per mobilitare gli elettori chiave durante le campagne elettorali e tra una campagna e l’altra. Conoscere i propri “elettori target” è alla base del successo. Messaggi mirati rafforzano il senso di fiducia tra partito ed elettori potenziali. Questi ultimi hanno molte più probabilità di diventare sostenitori attivi se sono incoraggiati a contribuire alle decisioni. Le campagne elettorali sono un’eccezionale opportunità per coinvolgere e dare responsabilità ai non iscritti, soprattutto dove la “società civile di sinistra” (sindacati, cooperative, alcune associazioni professionali) è più debole. Seguendo il modello americano, chi gestisce la campagna produce contenuti aperti ed “editabili” e dà ampie possibilità ai volontari per gestire le proprie iniziative. L’obiettivo è trasformare simpatizzanti in volontari. Seguendo questo metodo, Debora Serracchiani ha sorprendentemente vinto le elezioni in Friuli Venezia Giulia

 

Che siano su internet o per strade, le campagne elettorali si organizzano dal basso e sul lungo periodo. L’opposizione tra vecchie e nuove forme di comunicazione politica è fuorviante. Il social networking, le piazze e il porta-a-porta sono tutte forme d’interazione diretta con gli elettori e sono ugualmente importanti. Twitter e i social network sono stati criticati perché troppo proni agli abusi di minoranze rumorose. L’idea del Movimento Cinque Stelle che la democrazia si riduca a sondaggi on-line è, ad essere generosi, ingenua. E tuttavia la politica deve imparare a spiegarsi e a interagire direttamente con i cittadini in tempo reale. Nell’anno che ha preceduto le presidenziali francesi, 80.000 volontari socialisti hanno bussato a oltre cinque milioni di case per discutere la riforma delle pensioni di Sarkozy e per esporre le loro contro proposte. Fu proprio questa campagna “di lunga gittata” a spianare la strada alla vittoria di Hollande. I francesi videro nel Partito Socialista una forza impegnata su politiche concrete (policy), e non solo in politica (politics).

Il centrosinistra italiano si è trovato schiacciato tra Beppe Grillo e il PDL. Il PD ha bisogno di una nuova strategia per riconquistare la sua base e costruire un nuovo rapporto di fiducia con gli elettori indipendenti. La priorità è ampliare drasticamente la base demografica del partito, rivolgendosi in particolare ai giovani disoccupati e di lavoratori dei servizi sotto i quarant’anni. Tre sono gli elementi chiave per il successo: riformare il partito, proporre politiche mirate a specifici settori della popolazione, e preparare campagne di coinvolgimento degli elettori (non solo i militanti) tra un’elezione e l’altra.

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